MOSCA — «Vorrei cogliere l’occasione per congratularmi con Donald Trump per la sua elezione a presidente degli Stati Uniti. Se vorrà riprendere i contatti, sono pronto». Le parole che tutti si aspettavano da Vladimir Putin arrivano soltanto dopo oltre due ore di solite dissertazioni sulla «minoranza globale che si preoccupa soltanto di mantenere il suo dominio» e sul «mondo multipolare emergente» e noiose domande e risposte su intelligenza artificiale e cambiamenti climatici.
Un’attesa «comicamente dimostrativa», come la definisce l’analista Farida Rustamova. Il presidente russo non solo ha oculatamente pianificato la sessione plenaria del Forum del Club Valdai all’indomani dell’esito delle elezioni statunitensi, ma aspetta che Joe Biden termini il suo discorso alla nazione prima di salire sul palco. Vuole l’ultima parola.
Quando finalmente rompe il suo silenzio sulla vittoria elettorale di Trump negli Stati Uniti, inizia con le lusinghe: «All’inizio tutti dicevano che Trump fosse s…
MOSCA — «Vorrei cogliere l’occasione per congratularmi con Donald Trump per la sua elezione a presidente degli Stati Uniti. Se vorrà riprendere i contatti, sono pronto». Le parole che tutti si aspettavano da Vladimir Putin arrivano soltanto dopo oltre due ore di solite dissertazioni sulla «minoranza globale che si preoccupa soltanto di mantenere il suo dominio» e sul «mondo multipolare emergente» e noiose domande e risposte su intelligenza artificiale e cambiamenti climatici.
Un’attesa «comicamente dimostrativa», come la definisce l’analista Farida Rustamova. Il presidente russo non solo ha oculatamente pianificato la sessione plenaria del Forum del Club Valdai all’indomani dell’esito delle elezioni statunitensi, ma aspetta che Joe Biden termini il suo discorso alla nazione prima di salire sul palco. Vuole l’ultima parola.
Quando finalmente rompe il suo silenzio sulla vittoria elettorale di Trump negli Stati Uniti, inizia con le lusinghe: «All’inizio tutti dicevano che Trump fosse soprattutto un uomo d’affari e che capisse poco di politica. Ma mi ha colpito all’attentato. Una persona si manifesta in condizioni eccezionali. E Trump si è mostrato in modo molto corretto, coraggioso. Un uomo. Per quanto riguarda la politica, nel suo primo mandato ho avuto l’impressione che fosse perseguitato da tutte le parti, che non gli fosse permesso di muoversi». Parole che sembrano un’allusione alle speranze russe disilluse durante la precedente amministrazione Trump e un augurio che siano meglio riposte nella prossima.
«Non so che cosa accadrà, ma il desiderio di ripristinare le relazioni con la Russia, per contribuire a porre fine alla crisi ucraina merita un minimo di attenzione», dice Putin, senza scendere nei dettagli. Soltanto dopo spiega che «se non c’è neutralità, è difficile immaginare l’esistenza di relazioni di buon vicinato tra Russia e Ucraina». Fa però il prezioso. «Non credo sia vergognoso per me chiamare Trump. Semplicemente non lo farò, perché a un certo punto i leader degli Stati occidentali mi chiamavano quasi ogni settimana e poi all’improvviso hanno smesso. Se qualcuno di loro volesse riprendere i contatti, l’ho sempre detto e lo ripeto, non abbiamo nulla contro».
Una mano tesa che Trump raccoglie subito. «Penso che ci parleremo», dice a Nbc. Del resto, già in campagna elettorale, aveva detto che, una volta eletto, avrebbe chiamato Putin e Volodymyr Zelensky e negoziato la pace in Ucraina «in 24 ore», senza aspettare l’insediamento il 20 gennaio. E in mattinata anche il portavoce del Cremlino Dmitrij Peskov aveva detto che «non erano esclusi» contatti già nelle prossime settimane. Segnali di fumo, ma dietro le quinte il team di transizione di Trump sarebbe già all’opera su un piano per la pace in Ucraina, rivela il Wall Street Journal. Piano che prevederebbe il congelamento del conflitto lungo la linea di contatto esistente con una zona demilitarizzata, rinuncia di Kiev all’adesione alla Nato per almeno vent’anni, ma nessuno stop all’invio di armi statunitensi o all’ingresso nella Ue.
Il problema è che non vi è nessuna garanzia che Trump riesca a portarlo a casa, circondato com’è da due ali del partito repubblicano che la pensano in maniera diversa: i conservatori tradizionalisti come l’ex segretario di Stato Mike Pompeo che vorrebbero eliminare lo stop agli attacchi in profondità in Russia e imporre sanzioni più severe e gli isolazionisti populisti come Vance che, al contrario, vorrebbero fermare gli aiuti a Kiev. Molto, dipenderà, dalla squadra che lo circonderà. Per non parlare delle reazioni non scontate di Kiev e Mosca.
Il presidente ucraino Volodymyr Zelensky ieri ha fatto sapere che «fare concessioni a Putin è inaccettabile per l’Ucraina e suicida per tutta l’Europa» e che un cessate-il-fuoco sarebbe «irresponsabile»: «Ci abbiamo già provato nel 2014 e poi abbiamo perso la Crimea e avuto, nel 2022, un’invasione su vasta scala». Da Mosca invece arrivano segnali di disgelo. Non soltanto da Putin. La Russia è pronta ad «ascoltare con attenzione» eventuali “idee sensate” anche da parte dell’Unione europea, ha detto il ministro degli Esteri Sergej Lavrov. E il segretario del Consiglio di sicurezza Sergej Shojgu ha rilanciato: «L’Occidente si trova di fronte a una scelta: continuare a finanziare il regime di Kiev e distruggere la popolazione ucraina oppure riconoscere le realtà attuali e iniziare a negoziare». La palla, adesso, è nel campo di Trump.