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Siria, a Daraa 13 anni dopo si compie la profezia dei ragazzi ribelli. “Assad è il tuo turno”

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La storia. Muawiyah Syasneh scrisse la famosa frase contro il dittatore nel 2011 e fu imprigionato. Ieri ha assistito all’arrivo dei ribelli nella città del sud
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DARAA – Scrivere su un muro la rivoluzione usando cinque parole. «Jaak al door... ya Doctor». Pronunciata in arabo, la frase ha la naturale musicalità di questa lingua semitica: è una rima quasi baciata, un ritornello che rimane in mente, fu l’inizio di tutto. Niente al mondo poteva far immaginare al sedicenne Muawiyah Syasneh che cinque parole scritte nel cortile della sua scuola di Daraa avrebbero portato, tredici anni dopo e per una stupefacente concatenazione di eventi, alla caduta di Bashar al Assad.

Jaak al door…ya Doctor, la ripeti tre volte ed è già memorizzata. In italiano significa: «È il tuo turno, Dottore». Il dottore in questione è Assad, laureato a Londra in oftalmologia e di professione dittatore. Va capito il contesto. Quando Muawiyah Syasneh la pensa, confabulando con i suoi compagni, è il marzo del 2011, la Primavera araba è iniziata da quattro mesi e sono già stati defenestrati due capi di Stato, Ben Alì in Tunisia e Mubarak in Egitto. Perciò mentre si scende …

DARAA – Scrivere su un muro la rivoluzione usando cinque parole. «Jaak al door... ya Doctor». Pronunciata in arabo, la frase ha la naturale musicalità di questa lingua semitica: è una rima quasi baciata, un ritornello che rimane in mente, fu l’inizio di tutto. Niente al mondo poteva far immaginare al sedicenne Muawiyah Syasneh che cinque parole scritte nel cortile della sua scuola di Daraa avrebbero portato, tredici anni dopo e per una stupefacente concatenazione di eventi, alla caduta di Bashar al Assad.

Jaak al door…ya Doctor, la ripeti tre volte ed è già memorizzata. In italiano significa: «È il tuo turno, Dottore». Il dottore in questione è Assad, laureato a Londra in oftalmologia e di professione dittatore. Va capito il contesto. Quando Muawiyah Syasneh la pensa, confabulando con i suoi compagni, è il marzo del 2011, la Primavera araba è iniziata da quattro mesi e sono già stati defenestrati due capi di Stato, Ben Alì in Tunisia e Mubarak in Egitto. Perciò mentre si scende da Damasco a Daraa, quasi al confine con la Giordania, per andare a incontrare il ragazzo che con un graffito ha fatto esplodere un Paese e implodere un regime, si è sopraffatti dal pensiero di questo formidabile effetto farfalla mediorientale.

«Il 15 marzo 2011 ero proprio davanti a questo muro», attacca a raccontare Muawiyah, oggi 30 enne, combattente del Free Syrian Army e padre di un figlio di 6 anni che ha chiamato Faisal come il nonno. Siamo all’esterno dell’istituto superiore “40”, in un punto neanche visibile dalla strada. Il sole di inverno allunga le ombre su una parete giallognola.

«Qui ho fatto il graffito usando una bomboletta spray nera. Frequentavo lezioni di disegno. Io e gli amici del mio gruppo lo firmammo. È il tuo turno, dottore, ci sembrava la cosa più sensata da scrivere nell’angolo di una scuola. Neanche cinque ore dopo il capo della polizia locale, Atef Najaab, ci ha fatto arrestare tutti. Dodici ragazzini, poco più che adolescenti. Io sono rimasto in carcere per 45 giorni, mi hanno pestato, appeso per i polsi al soffitto, torturato con l’elettricità. Gli agenti della sicurezza erano furiosi per quella frase, che in seguito venne cancellata. Si erano convinti che fossi stato manovrato da qualcuno e volevano sapere chi. In realtà fu una nostra iniziativa». Quando lo liberarono, Muawiyah scoprì, si immagina con un discreto grado di sorpresa, che il graffito, e l’arresto di chi lo aveva ideato, aveva scatenato l’insurrezione della Siria intera.

Non è un’esagerazione. Successe infatti che le grandi famiglie tribali di Daraa (gli al Zouby e gli al Hariri, da sole, comprendono il 70 per cento della popolazione della regione), tradizionalmente molto animose quando si tratta di torti fatti e torti subiti, si misero d’accordo per reagire. E per la prima volta il 18 marzo 2011, tre giorni dopo la cattura dei ragazzi, protestarono in massa contro il governatore: centinaia di persone si radunarono alla moschea Omar, spinsero al check-point di Shuhada, sfidarono l’esercito. Che non gradì e sparò sulla folla, uccidendo tre uomini tra cui un tassista trentenne di nome Housam Ayash, il primo martire della guerra civile.

«Il suo sangue è stato la benzina della ribellione», dice Muawiyah. Al primo corteo ne seguirono altri, il contagio di un’idea chiamata libertà, fino a quel momento ritenuta folle, arrivò ad Homs e poi altrove. Daraa fece di nuovo da apripista: a novembre 2011 scoppiò la battaglia tra i soldati di Assad e il Free Syrian Army. Il resto della storia sono i 13 anni di guerra civile, dove si è mescolato di tutto, il fanatismo dei terroristi di Al Nusra e di Daesh, gli interessi delle superpotenze.

«La gente mi riconosce e mi abbraccia, ci hanno soprannominato “i ragazzi della rivoluzione”». La conferma arriva da un energumeno che lo vede, ferma la motocicletta per stringergli la mano e poi gli fa: «non insegnare a tuo figlio a fare i graffiti, Dio non voglia...». Però quando uscì dalla prigione tanti lo incolparono di essere la causa del conflitto. «Come ti è venuto in mente di fare quel graffito, mi dicevano, è tutta colpa tua...Ero un ragazzino spaventato. La paura mi è passata quando ho preso il fucile per arruolarmi nell’Fsa». I combattimenti sono durati fino al 2018, i ribelli che non hanno voluto deporre le armi e accettare il negoziato orchestrato da Russia, Iran e Turchia, si sono rifugiati nella provincia di Idlib, dove per alcuni mesi è stato anche Muawiyah.

A Daraa non è un giorno qualunque. Alle 15.30 di un sabato che pareva immobile i miliziani di Hayat Tahrir al Sham per la prima volta sono entrati in città: una colonna lunghissima di pick up, bandiere, fucili e fuoristrada dalla carrozzeria coperta di fango, ricevendo un’accoglienza non certo ostile ma tiepida. «Se l’Hts è venuto a sud, è perché si sono messi d’accordo coi nostri capi del Free Syrian Army», spiega Muawiyah, fissando i miliziani di al Golani sfilare nelle strade della sua città. «A Idlib ci consideravano inferiori. Non ho niente contro di loro, purché il nuovo governo garantisca i diritti ai siriani». Per non passare da un regime a un altro regime, per non dover tornare a scrivere sui muri la rivoluzione.

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