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Siria, nell’enclave degli sconfitti dove i russi smobilitano: “Temiamo la vendetta”

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Dalle basi di Hmeimim e Tartus, nel 2015 Putin sigillò il suo patto con il dittatore Assad. Ora il destino delle truppe di Mosca è appeso al negoziato
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JABLEH — I russi padroni della Siria ripiegano nella ridotta degli sconfitti. I tre soldati che pattugliano l’ingresso della base navale di Tartus, sulla costa, hanno le facce tese. «Net, net», dicono solo, «andate via». Due berline stazionano poco distante, ne escono due uomini sulla sessantina e ben vestiti. Parlano russo e sembrano civili, ma è impossibile chiedere di più. Il clima è teso. Le ambizioni geopolitiche coltivate a costo di molti milioni di rubli e migliaia di vite umane sono evaporate in una notte.

Le immagini satellitari hanno registrato movimenti di fregate e sottomarini al largo di Tartus negli ultimi giorni, ma almeno due navi militari russe restano ancorate a circa 8-10 km dalla terraferma. Nei villaggi che puntellano la dorsale fino a Latakia, città alawita ed ex roccaforte del regime, l’atmosfera è molto diversa dalla festosa Damasco. Qui sono riparati molti soldati dell’esercito siriano che non sono riusciti o non hanno voluto lasciare il Paese, poco prim…

JABLEH — I russi padroni della Siria ripiegano nella ridotta degli sconfitti. I tre soldati che pattugliano l’ingresso della base navale di Tartus, sulla costa, hanno le facce tese. «Net, net», dicono solo, «andate via». Due berline stazionano poco distante, ne escono due uomini sulla sessantina e ben vestiti. Parlano russo e sembrano civili, ma è impossibile chiedere di più. Il clima è teso. Le ambizioni geopolitiche coltivate a costo di molti milioni di rubli e migliaia di vite umane sono evaporate in una notte.

Le immagini satellitari hanno registrato movimenti di fregate e sottomarini al largo di Tartus negli ultimi giorni, ma almeno due navi militari russe restano ancorate a circa 8-10 km dalla terraferma. Nei villaggi che puntellano la dorsale fino a Latakia, città alawita ed ex roccaforte del regime, l’atmosfera è molto diversa dalla festosa Damasco. Qui sono riparati molti soldati dell’esercito siriano che non sono riusciti o non hanno voluto lasciare il Paese, poco prima della caduta del regime. Sul lungomare di Jableh si vedono poche famiglie a passeggiare, i negozi sono chiusi. «I russi sono ancora da queste parti, ma non ne so nulla, non mi importa, qui è tutto fermo. Non vendo più un caffè», si angoscia Abdul.

Incrociamo una colonna di mezzi con la bandiera rossa blu e bianca prima di arrivare alla base aerea di Hmeimim, il cuore della forza militare di Putin in Siria. «Da due giorni stanno spostando soldati da Tartus a qui», dice all’ingresso Abu Yehia, e non ci crede nemmeno lui. Due settimane fa era a Idlib, mentre Mosca colpiva con i raid aerei l’enclave ribelle tentando, senza convincimento, di fermarne l’offensiva.

Ora Yehia guida un drappello di miliziani mal equipaggiati che sbarrano l’ingresso alla base russa. Da soldato semplice a comandante, da vinto a vincitore. «Siamo arrivati subito dopo la caduta di Latakia, controlliamo che nessuno entri, loro hanno un altro accesso riservato per far passare i tank e i camion». Lascerete che restino? «Non lo so, stanno negoziando con la leadership».

Nel 2015, Putin salvò Assad con una feroce campagna di bombardamenti aerei. Una mossa “audace”, per i suoi sostenitori, che gli consentiva di contrastare l’influenza dell’Occidente nel Mediterraneo allargato, dopo aver annesso la Crimea, e di garantire alla Russia una rotta preziosa per gli affari in Africa. Prima che in Ucraina, molte cose sono iniziate in Siria: la campagna di raid aerei sugli ospedali e le infrastrutture, l’utilizzo dei mercenari della Wagner, la lotta al terrorismo che diventa guerra d’influenza.

Assad è caduto, si è rifugiato a Mosca, e ora la permanenza dei russi in Siria non è scontata. Il Cremlino svuota le basi dell’Est e del centro ed è costretto a negoziare con Jolani, un islamista ex qaedista che ha dismesso la divisa e cerca la “normalizzazione”, provando a muoversi come leader politico. «Abbiamo dato ai russi la possibilità di rivalutare i loro rapporti con la Siria in un modo che serva gli interessi di entrambi i Paesi», ha detto ieri.

Di tutta questa storia Ali paga due volte il prezzo. Ha 28 anni e gli ultimi dieci li ha passati al fronte. Un ragazzino tra il deserto e Deir Ezzor a «combattere contro Daesh». Guadagnava 20 dollari al mese. Poi l’hanno spedito a Suwayda, ed è li che l’ha sorpreso la galoppata dei jihadisti verso Damasco. Faceva parte del battaglione messo a sorvegliare l’aeroporto della provincia. Non hanno ricevuto ordini né informazioni su quello che stava succedendo fino alla notte di sabato, poche ore prima della fuga di Assad. «Sono venuti quelli di Suwayda e ci hanno detto che facevamo meglio a lasciare le armi e ad andarcene. Così abbiamo fatto».

Seduto nella piazzetta di Jableh, guarda i bambini che giocano a calcio. È spaventato. Ieri quelli di Hts hanno aperto il loro centro di comando in città. Da soldato, deve riconsegnare le armi per poter avere in cambio una tessera che gli consentirà di muoversi liberamente. È il momento della verità, e l’idea lo terrorizza: «Eravamo soldati, eseguivamo gli ordini – si giustifica. Spero che non vogliano vendicarsi».

Sabato notte vi aspettavate che sarebbero arrivati i russi a difendervi? «Si diceva così, ma erano solo voci tra soldati semplici. E poi adesso a che serve parlarne? Io non ho nemmeno sogni da cui ricominciare».

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