Libia, al Buti alla sbarra all’Aja per i crimini sui migranti. L’ombra di Almasri sul processo
di Alessia CanditoPiù di mille persone, incluse donne e bambini, illegalmente detenute, torturate, abusate. Oltre sessanta detenuti e detenute stuprati, molti anche mutilati. Un campionario infinito di trattamenti degradanti, violenze, quasi un centinaio di omicidi e tentati omicidi. Dopo un’inchiesta durata più di un decennio, inizia all’Aja il processo sui crimini commessi contro migliaia di migranti transitati dal lager di Mitiga in Libia
. Alla sbarra il prossimo 19 maggio si dovrà presentare il comandante libico Khaled Mohamed Ali El Hishri, meglio noto come “al Buti”, arrestato nei mesi scorsi in Germania e consegnato alla Corte penale internazionale che per lui aveva spiccato un mandato d’arresto internazionale. E sarà il primo a dover rispondere di torture, violenze e abusi che da anni vengono denunciati da agenzie Onu, ong e comitati, che inutilmente chiedono lo stop a ogni forma di collaborazione con la Libia.
Insieme ad Al Buti, sul banco degli imputati avrebbe dovuto esserci anche Almasri, …
Più di mille persone, incluse donne e bambini, illegalmente detenute, torturate, abusate. Oltre sessanta detenuti e detenute stuprati, molti anche mutilati. Un campionario infinito di trattamenti degradanti, violenze, quasi un centinaio di omicidi e tentati omicidi. Dopo un’inchiesta durata più di un decennio, inizia all’Aja il processo sui crimini commessi contro migliaia di migranti transitati dal lager di Mitiga in Libia
. Alla sbarra il prossimo 19 maggio si dovrà presentare il comandante libico Khaled Mohamed Ali El Hishri, meglio noto come “al Buti”, arrestato nei mesi scorsi in Germania e consegnato alla Corte penale internazionale che per lui aveva spiccato un mandato d’arresto internazionale. E sarà il primo a dover rispondere di torture, violenze e abusi che da anni vengono denunciati da agenzie Onu, ong e comitati, che inutilmente chiedono lo stop a ogni forma di collaborazione con la Libia.
Insieme ad Al Buti, sul banco degli imputati avrebbe dovuto esserci anche Almasri, che la Cpi avrebbe voluto in manette e l’Italia ha liberato dopo l’arresto e riportato in Libia, dove mesi sarebbe stato arrestato, ma mai consegnato alla Corte. Nel procedimento sarà convitato pietra. Direttore del carcere di Mitiga e della polizia giudiziaria, per la Corte Osama Njeem Almasri è uno dei principali “complici” dei crimini contestati ad Al Buti.
“I reati contestati – si legge nell’atto d’accusa - sono stati commessi dall’intera dirigenza del carcere di Mitiga (inclusi Kara, ‘Nzam, Njeem Almasri” e tutti, si sottolinea, “condividevano un piano o un accordo comune per esercitare il controllo – attraverso mezzi quali punizioni, coercizione e altre forme di sfruttamento – sulle persone sotto la loro custodia o controllo al fine di perseguire gli interessi o le opinioni delle Rada e/o dei suoi membri”. A legarli, secondo la Corte, c’era un vero e proprio “piano comune” da realizzare attraverso violenze, abusi, torture, stupri, vendita di esseri umani “per motivi discriminatori di natura politica, religiosa, nazionale, etnica, razziale e di genere”, tutti avvenuti nel carcere di Mitiga, tuttora inespugnabile feudo della milizia.
Ai procuratori internazionali sono state necessarie quasi trenta pagine per elencare sommariamente tutti i crimini che Al Buti avrebbe commesso dal 2014 al 2020, anni su cui si concentra l’inchiesta. “Ma è più che plausibile che sia successo anche prima e dopo quel periodo”, si sottolinea nelle carte. Alto papavero della Rada, direttore del braccio femminile della prigione di Mitiga,il comandante libico era “un pari di Almasri”. Per la Corte è direttamente responsabile di abusi e torture su 159 persone, in altre centinaia di casi ha ordinato di eseguirli e per i magistrati è anche a lui che si deve “l’istituzionalizzazione del sistema di maltrattamenti e abusi”.
Le sue vittime privilegiate erano donne, adolescenti e bambini. “Era uno dei torturatori più noti a Mitiga”. La sua principale attività: trascinare le detenute, bendate e legate con una corda, lungo i corridoi, picchiandole selvaggiamente lungo il percorso. Sempre lui, sovrintendeva o guidava quelli che definiva interrogatori “in luoghi tristemente noti del carcere come il "Quartiere Islamico" e la Naqliah, e partecipava ai loro interrogatori e torture”.
Per migliaia di civili, il copione dell’orrore – emerge dalle indagini – era sempre lo stesso. Al loro arrivo, donne, uomini e bambini vengono condotti alla Naqliah, una delle sale di tortura, per essere sottoposti a interrogatori, anche ripetuti, “sempre accompagnati da estrema violenza fisica, sessuale, riproduttiva e psicologica”. Stupri e abusi non sono episodici – si sottolineano – ma metodo e regola. Dopo il primo interrogatorio, si passa in sezione, dove i maltrattamenti continuano. “I detenuti (sia uomini che donne) venivano prima sottoposti a degradanti e umilianti perquisizioni corporali e/o invasive, dopodiché venivano rinchiusi in una cella. Durante tutto il periodo di detenzione a Mitiga, la violenza fisica, sessuale, riproduttiva e psicologica estrema era la norma”.
Confinati in celle sporche, sovraffollate o estremamente piccole, oppure in aree aperte e non protette, chi è passato da quel lager, oltre agli abusi ha dovuto affrontare fame e sete, perché mai cibo e acqua venivano forniti a sufficienza, ma anche malattie diffuse, infezioni e contagi, senza alcuni tipo di assistenza medica. Almeno 133 persone, tutti migranti africani, sono state letteralmente ridotte in schiavitù e spesso letteralmente vendute come merce. Circostanze che oggi si traducono in un’imputazione per crimini di guerra e contro l’umanità.