Non è iraniano e non è neanche sciita, eppure è l’uomo di Teheran. Dentro Hamas, a Gaza, fuori da Gaza. Il 62 enne Khalil al-Hayya ha sempre creduto, e tuttora crede, che il vero alleato per il movimento islamista palestinese non stia da cercare nella penisola arabica, piuttosto sull’altipiano iranico, e che professi una fede non sunnita ma, comunque, anti-israeliana, anti-americana, anti-occidentale. Dunque la sua elezione a leader, carica che manterrà fino al prossimo anno, è la prova che Hamas non si sposta dalla posizione dove si trovava il 7 ottobre 2023, ossia sotto l’ombrello di ciò che resta del cosiddetto Asse della Resistenza, di cui la Repubblica islamica è, ancora e nonostante due guerre, ispiratrice e padrona.
Al-Hayya coltivava un rapporto personale sia con la Guida Suprema Ali Khamenei, …
Non è iraniano e non è neanche sciita, eppure è l’uomo di Teheran. Dentro Hamas, a Gaza, fuori da Gaza. Il 62 enne Khalil al-Hayya ha sempre creduto, e tuttora crede, che il vero alleato per il movimento islamista palestinese non stia da cercare nella penisola arabica, piuttosto sull’altipiano iranico, e che professi una fede non sunnita ma, comunque, anti-israeliana, anti-americana, anti-occidentale. Dunque la sua elezione a leader, carica che manterrà fino al prossimo anno, è la prova che Hamas non si sposta dalla posizione dove si trovava il 7 ottobre 2023, ossia sotto l’ombrello di ciò che resta del cosiddetto Asse della Resistenza, di cui la Repubblica islamica è, ancora e nonostante due guerre, ispiratrice e padrona.
Al-Hayya coltivava un rapporto personale sia con la Guida Suprema Ali Khamenei, ostentato diffondendo le foto delle sue visite a Teheran, sia con il più fedele dei proxies iraniani, Hassan Nasrallah, segretario di Hezbollah fino al giorno in cui una pioggia di bombe israeliane lo ha seppellito nel suo bunker di Beirut. È inoltre documentato un incontro, in Libano nel luglio 2023, con Mohammad Saeed Izadi, generale dei pasdaran incaricato di tenere i contatti con Hamas e Jihad islamica palestinese.
Secondo fonti dell’intelligence americana, in quell’occasione al-Hayya riferisce di un piano che sarebbe stato messo in pratica di lì a poco, ideato dal capo di Hamas a Gaza, Yahya Sinwar, di cui era il braccio destro: un assalto sanguinario ai kibbutz vicini al recinto della Striscia. Del giorno che ha cambiato il Medio Oriente, al-Hayya dirà: «In realtà sarebbe dovuta essere un’operazione limitata, per catturare un po’ di soldati israeliani e scambiarli con i detenuti palestinesi, ma l’esercito sionista è collassato».
Nato a Gaza City nel novembre del 1960 e cresciuto in una famiglia conservatrice che, come altre, ha subito le conseguenze della Guerra dei Sei Giorni, al-Hayya studia l’Islam e si lega ai Fratelli musulmani. Incontra lo sceicco Ahmed Yassin nel marzo del 1980, rimanendone folgorato: non a caso è presente all’atto costitutivo di Hamas, nel 1987.
«Con lui al potere, non cambierà niente nella strategia del gruppo», ragiona Guy Aviad, autore e analista israeliano che segue da anni il movimento islamista. «Non permetterà la smilitarizzazione della Striscia né ordinerà alle Brigate Qassam di lasciare le armi». La linea più dura.
L’uomo è un sopravvissuto, in un certo senso. Più accumula peso politico, più Israele tenta di ucciderlo. Al-Hayya ha la furbizia, o la fortuna, di scampare a diversi attentati, al prezzo, però, di vedere scorrere il sangue della propria famiglia: nel maggio 2007, in un raid dell’Idf sulla sua casa, perde sette parenti, tra cui due fratelli; nel 2008 un drone uccide suo figlio Hamza, combattente delle Brigate Qassam; nel 2014 a morire è il primogenito, Osama, la nuora e tre nipoti; nel settembre 2025, da ultimo, al-Hayya è nell’edificio di Doha distrutto dall’Idf grazie al tracciamento dei telefonini: lui si ferisce, a perdere la vita e suo figlio Human. E un altro figlio, Azzam, è morto quest’anno in un raid aereo nel quartiere Daraj a Gaza City.
Sopravvissuto e negoziatore. Per tre volte guida la delegazione di Hamas che tratta indirettamente con Israele il rilascio degli ostaggi. In Egitto firma l’accordo in 20 punti di Trump sulla tregua a Gaza e la creazione del Board of Peace, mai entrato in attività. Una trattativa di cui si parla meno, ma cruciale per gli equilibri interni, è quella che al-Hayya nel 2022 conduce per riannodare il filo col dittatore siriano Bashar al-Assad, alawita e protetto degli ayatollah iraniani, con cui l’allora leader di Hamas, Khaled Mesh’al aveva rotto. Una mossa fondamentale, quella di al-Hayya, nata in nome e per conto dell’Asse della Resistenza anti-Israele. E che oggi gli consente la vittoria al ballottaggio proprio contro Mesh’al, il vecchio capo, che non è certo un moderato, ma non ha il favore di Teheran.