Un graffito comparso sui muri di Ashdod, città tradizionalmente di destra del Sud di Israele, raffigura Yuval Abraham e Rachel Szor con un numero in mano, come nelle foto segnaletiche della polizia. Sui loro volti c’è una scritta: “Traditori”. È il sintomo dell’atmosfera che si respira in Israele intorno a Naza, il film in cui i due registi – già vincitori dell’Orso d’oro a Berlino e del premio Oscar con No Other Land – raccolgono le testimonianze di anonimi soldati sui crimini di guerra commessi da Israele a Gaza e sulle vittime civili provocate dalle tattiche militari dell’Idf.
Per il terzo giorno di seguito, gli attacchi non hanno fatto che crescere: una tempesta di accuse e di minacce sui social, parole di fuoco dalla politica, un comunicato durissimo di Regavim, il gruppo ombrello che raccoglie diverse associazioni di coloni e che ha accusato Abraham di aver coperto gli uomini di Hamas in un precedente lavoro su Gaza e di aver fabbricato gli episodi di violenza contro i pale…
Un graffito comparso sui muri di Ashdod, città tradizionalmente di destra del Sud di Israele, raffigura Yuval Abraham e Rachel Szor con un numero in mano, come nelle foto segnaletiche della polizia. Sui loro volti c’è una scritta: “Traditori”. È il sintomo dell’atmosfera che si respira in Israele intorno a Naza, il film in cui i due registi – già vincitori dell’Orso d’oro a Berlino e del premio Oscar con No Other Land – raccolgono le testimonianze di anonimi soldati sui crimini di guerra commessi da Israele a Gaza e sulle vittime civili provocate dalle tattiche militari dell’Idf.
Per il terzo giorno di seguito, gli attacchi non hanno fatto che crescere: una tempesta di accuse e di minacce sui social, parole di fuoco dalla politica, un comunicato durissimo di Regavim, il gruppo ombrello che raccoglie diverse associazioni di coloni e che ha accusato Abraham di aver coperto gli uomini di Hamas in un precedente lavoro su Gaza e di aver fabbricato gli episodi di violenza contro i palestinesi che si vedono in No Other Land.
Ma a parlare ieri sono stati anche coloro che con la discussione sollevata da Naza sono a favore o che comunque rivendicano il diritto di critica. Un gruppo di mille cineasti ha firmato un appello in favore dei due: «Negli ultimi giorni abbiamo assistito a una campagna di denigrazione e incitamento senza precedenti che si avvicina pericolosamente al punto di legittimare la violenza e di rappresentare una minaccia fisica per la loro incolumità», recita il testo. A stretto giro, si sono fatti sentire 43 gruppi in difesa dei diritti umani e in favore della pace: «La risposta delle istituzioni è caratteristica dei regimi dittatoriali», dice la nota inviata ai giornalisti. Mentre 14 professori ed esperti di diritto internazionale provenienti da istituzioni accademiche israeliane hanno chiesto un’indagine indipendente ed efficace sulla condotta della guerra e sulle politiche degli alti funzionari militari israeliani.
Tutti sintomi del dibattito che – senza che nessuno lo abbia visto – Naza ha aperto in Israele: dove per la prima volta si parla così tanto e pubblicamente – in un senso o nell’altro – dei crimini commessi in nome dello Stato dopo il 7 ottobre 2023. Non era mai successo finora: e non era scontato che succedesse.