Con la fast fashion abbiamo imparato a conoscere un modello di consumo fondato su prodotti economici, acquisti frequenti e una vita utile spesso molto breve. Con tutto l’impatto prima, durante e dopo una simile filiera. Ora qualcosa di molto simile sta accadendo con l'elettronica. Mini ventilatori, adattatori Usb, auricolari wireless, luci Led, l’infinita scelta di piccoli accessori per smartphone, giocattoli elettronici e una quantità crescente di gadget a basso costo vengono acquistati con facilità e sostituiti altrettanto rapidamente.
È il "fast tech", espressione scelta proprio per stabilire un parallelo con la fast fashion. In occasione dell'International E-Waste Day del 14 ottobre, il WEEE Forum ha infatti pubblicato i risultati di una ricerca commissionata a Bellegarde Scientific Consulting e condotta su 10.245 adulti in 12 paesi europei. Il quadro che ne esce è quello di un'elettronica sempre più vicina alla logica dell'usa e getta. Soprattutto per l’ecosistema di accessori che ruota intorno allo smartphone.
L'87% degli europei possiede almeno un prodotto fast tech
Secondo l'indagine (qui il report completo), l'87% degli intervistati possiede almeno un dispositivo riconducibile al fast tech e almeno il 44% ne ha più di cinque. Il 78% ne ha comprato almeno uno nell'ultimo anno. Fra i giovani il fenomeno è ancora più diffuso: il 93% delle persone tra 18 e 29 anni dichiara un acquisto nell'ultimo anno contro il 61% degli over 65.
Il prezzo è naturalmente uno dei motori principali. Il 55% lo indica fra le ragioni che spingono verso questi prodotti che promettono molto e mantengono pochissimo. Il meccanismo ricorda da vicino quello che ha alimentato la fast fashion: spendere poco riduce anche l'aspettativa sulla durata dell'oggetto e rende più semplice sostituirlo invece di ripararlo.
Il 58% degli acquirenti ricorda infatti almeno un prodotto fast tech utilizzato per non più di sei mesi. Il 39% ne ricorda almeno uno rimasto inutilizzato, usato una sola volta o abbandonato entro un mese. Eppure il 61% si dichiara complessivamente soddisfatto di questi dispositivi.
È proprio qui che emerge il paradosso: l'80% afferma che avrebbe pagato di più almeno alcuni prodotti se l'alternativa fosse durata più a lungo. Allo stesso tempo, il 59% dice che davanti alla rottura di un dispositivo fast tech ne comprerebbe semplicemente un altro economico. Il 64%, inoltre, non ha intenzione di ridurre i propri acquisti. Un bel pasticcio.
Il problema arriva quando il gadget non serve più
Se il modello ricorda la fast fashion nella fase dell'acquisto, le conseguenze diventano ancora più problematiche quando il prodotto arriva alla fine della sua breve vita. Il 29% degli acquirenti conserva in casa i dispositivi che non utilizza più. Solo il 27% dichiara di portarli nei centri di raccolta o nelle strutture comunali e il 19% utilizza i punti di raccolta presenti nei negozi.
Una parte consistente prende invece la strada sbagliata: il 23% riferisce di aver gettato prodotti fast tech nei comuni rifiuti domestici – la gran parte di quegli articoli sono a tutti gli effetti Raee, anche se poco sofisticati - il 21% nella raccolta della plastica e il 7% nei cestini stradali. Un errore che non è necessariamente consapevole: fra le persone che utilizzano esclusivamente canali di smaltimento non corretti, il 21% afferma addirittura di farlo per proteggere l'ambiente.
"Fast Tech è il vicolo cieco del mondo dei rifiuti elettronici – ha spiegato Pascal Leroy, direttore generale del WEEE Forum - il Black Friday e il Natale porteranno nelle nostre case un'altra enorme ondata di giocattoli elettronici, luci decorative, mini gadget, caricabatterie e altri prodotti elettronici economici. Il loro basso prezzo non significa che non abbiano un costo ambientale. Abbiamo bisogno che vengano raccolti e riciclati quando non vengono più utilizzati".
In Europa la raccolta dei RAEE è ancora lontana dagli obiettivi
Il problema del fast tech si inserisce in un sistema europeo che fatica già a intercettare i rifiuti elettronici, lo abbiamo visto più volte. Secondo gli ultimi dati Eurostat disponibili, nel 2023 nell'Unione europea sono stati raccolti ufficialmente circa 5,2 milioni di tonnellate di RAEE, equivalenti a 11,6 chilogrammi per abitante. La quantità è cresciuta molto rispetto ai 3 milioni di tonnellate del 2012 ma nello stesso periodo è aumentato ancora più rapidamente il volume di apparecchiature elettriche ed elettroniche immesse sul mercato. Nel 2023 il tasso europeo di raccolta si è così fermato al 37,5%, calcolato sulla quantità media di apparecchiature immesse sul mercato nei tre anni precedenti. L'obiettivo previsto dalla normativa europea è invece del 65%, oppure in alternativa dell'85% dei RAEE effettivamente generati.
Nel 2023 soltanto Bulgaria, Lettonia e Slovacchia hanno raggiunto la soglia del 65% con il primo metodo di calcolo mentre la Polonia ha centrato quella dell'85% con il secondo. Il divario racconta anche quanto materiale continui a sfuggire ai circuiti ufficiali: apparecchi ancora utilizzati, dispositivi dimenticati nelle case o prodotti smaltiti insieme ad altre tipologie di rifiuti, conferiti attraverso canali informali o esportati illegalmente verso quei grandi incubi che sono le discariche tech come la tristemente celebre Agbogbloshie (vicino ad Accra, in Ghana), che continua ad essere un importante e controverso centro di gestione e smaltimento informale di e-waste, sebbene il sito abbia attraversato forti trasformazioni. Salvo vedere lo spostamento di quel pericoloso “business” nel vicino quartiere di Old Fadama.
Piccoli oggetti, un problema molto più grande
C’è un problema psicologico, anche, alla base di questo atteggiamento. Le dimensioni ridotte possono contribuire a far percepire questi gadget come rifiuti poco importanti. In realtà contengono plastica, metalli e altri materiali recuperabili. Sempre più spesso incorporano inoltre batterie agli ioni di litio. Se finiscono nell'indifferenziato possono essere schiacciate o perforate durante la raccolta e il trattamento dei rifiuti provocando incendi negli impianti. Secondo un'altra rilevazione del WEEE Forum, il 36% degli operatori dei rifiuti elettronici intervistati ha registrato almeno un incendio legato alle batterie nell'anno precedente.
Ma per tornare all’aspetto psicologico e di scarsa consapevolezza, l’indagine spiega che il 46% degli intervistati si aspetta che un prodotto fast tech duri meno di un'alternativa più costosa ma soltanto il 21% ritiene che sia anche più dannoso per l'ambiente. Appena il 16% associa contemporaneamente questi dispositivi a una vita più breve e a un maggiore impatto ambientale. "Una persona può pensare che gettare un minuscolo gadget alimentato a batteria nei rifiuti domestici sia irrilevante – ha detto Magdalena Charytanowicz del WEEE Forum - oltiplicatelo per milioni di prodotti e diventa un problema serio, sia per la perdita di risorse sia per il rischio di incendi per le persone e gli impianti che gestiscono i nostri rifiuti".
Il fast tech, insomma, porta nel mondo dell'elettronica una drammatica dinamica già sperimentata con l'abbigliamento: prezzi bassissimi, acquisti d'impulso che cavalcano aspettative, ricorrenze, periodi dell’anno, e è purtroppo anche un potere d’acquisto in picchiata in molti mercati, aspettative ridotte sulla durata e sostituzione continua. Con una differenza sostanziale: una maglietta dimenticata in un armadio è uno spreco e si porta senz’altro dietro un inutile consumo di risorse. Un dispositivo elettronico dimenticato in un cassetto o gettato nel contenitore sbagliato porta con sé anche metalli, circuiti e spesso una batteria che dovrebbero invece rientrare nella filiera del recupero.