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L’intervista

Sara Dosa: “Il mio film sul ghiacciaio che muore è un atto di amore”

(foto: National Geographic)
(foto: National Geographic) 

La regista del film “Il tempo e l’acqua” sulla morte ufficiale del ghiacciaio dell'Okjökull. Un atto “devastante e struggente, capace di racchiudere quella sensazione surreale che molti provano di fronte alla scomparsa della natura e al collasso di paesaggi che consideravamo casa”

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Voler filmare ciò che non è filmabile come l’amore, la magia, l’invisibile. Come la morte di un ghiacciaio o, in maniera ancora più sfidante, il tentativo stesso di catturare l’accelerazione dell’Antropocene. È questo l’obiettivo che la regista statunitense Sara Dosa si pone ogni volta che si mette dietro la cinepresa. Lo aveva già fatto con il suo precedente documentario “Fire of love” che raccontava la passione amorosa dei vulcanologi Katia and Maurice Krafft, un amore tutto vissuto sull’orlo di crateri a volte in piena eruzione. La forza delle immagini, tra lapilli e lava, e l’originalissima relazione coniugale aveva fatto guadagnare alla regista la candidatura all’Oscar e ai BAFTA. Ora Sara Dosa si ripresenta con l’ammaliante e imperdibile “Il tempo e l’acqua” che inizia adesso il suo viaggio nelle sale italiane e in anteprima alla Festa del Cinema di Roma il 21 ottobre. Il nuovo documentario però si rivolge a un'altra forza elementale: il ghiaccio e l'acqua e trae ispirazione dall’omonimo libro dello scrittore islandese Andri Snær Magnason.

Sara Dosa, regista di "Il tempo e l'acqua"
Sara Dosa, regista di "Il tempo e l'acqua" 

“Sono sempre stata attratta – ci spiega Sara Dosa da storie che entrano in contatto con la forza primordiale della natura e il modo in cui gli esseri umani vi attribuiscono un significato. Devo confessare che l’Islanda, dove ho trascorso lunghi periodi, ha sempre avuto un forte impatto su di me, avendo potuto testimoniare di persona la potenza che emana la vista di un ghiacciaio. Quando nel 2019, ho letto un articolo sul Guardian intitolato "Come si dice addio a un ghiacciaio?" sono rimasta profondamente colpita. Ho trovato quella domanda devastante e struggente, capace di racchiudere quella sensazione surreale che molti provano di fronte alla scomparsa della natura e al collasso di paesaggi che consideravamo casa. Quando ho conosciuto Andri Snær Magnason, l’autore dell’articolo ho scoperto che possedeva un grande archivio personale di riprese della sua vita e dei suoi parenti. Il nonno di Andri amava fare riprese, possedeva una cinepresa ed è stato il primo a dedicarsi a filmare e fotografare. Poi è diventata una passione condivisa da tutta la famiglia. I nonni di Andri furono dei pionieri nell’esplorazione dei ghiacciai e avevano delle immagini meravigliose che catturavano anche l'epoca precedente a quella dell’allarme climatico. Il risultato è stato un accumulo enorme di materiale. Andri ha sempre pensato che tutto quel girato sarebbe potuto diventare un documentario. È qui che sono entrata in gioco io”.

Questo materiale si sposa perfettamente con il tuo modo di filmare e raccontare. Cosa ti spinge a scegliere questo tipo di narrazione per i tuoi film?

“Credo che la crisi climatica sia un concetto vasto, travolgente e devastante; anzi, è molto più di un semplice concetto. È qualcosa che tocca la vita di tutti noi in modo profondo e sconvolgente. Eppure, per molte persone è difficile comprendere appieno l'enormità di questo problema. Per questo, come regista cerco sempre dei punti di accesso più intimi e personali per avvicinarmi a una questione così grande. La voglio rendere più comprensibile. Le storie personali sono un modo per farlo. Si crea un legame, un ponte emotivo”.

Uno dei passaggi più emozionanti de “Il Tempo e l’acqua” è rappresentato dalle immagini del funerale simbolico celebrato in Islanda nel 2019 per la morte ufficiale del ghiacciaio dell'Okjökull. In quell’occasione Magnason ha realizzato la targa intitolata “Una lettera al futuro” che riporta un testo di quattro righe diventato ormai celebre: “Nei prossimi 200 anni, ci si aspetta che tutti i nostri ghiacciai seguano lo stesso destino. Questo monumento serve a riconoscere che sappiamo cosa sta accadendo e cosa bisogna fare. Solo voi sapete se l'abbiamo fatto”. Consideri l'intero film l'equivalente cinematografico di quella targa?

“Le parole incise sulla targa ci hanno ispirato profondamente, offrendoci una sorta di bussola per la nostra narrazione. Il film è raccontato dal punto di vista di Andri che si rivolge al futuro e parla al pubblico come se fossero i destinatari di una capsula del tempo. Quest’idea è nata dalla targa stessa che è un messaggio rivolto a chi verrà e speravamo che la nostra narrazione potesse avere anch’essa lo stesso spirito. Direi che il documentario sia complementare alla targa, un alleato sincero”.

Come avete integrato le riprese dal vivo con quelle d'archivio? Quale elemento guida l'altro?

“Volevamo rendere il futuro qualcosa di concreto e raggiungibile. Per questo, ci siamo lasciati inizialmente guidare dal materiale d'archivio. Era essenziale che le riprese effettuate dai nonni di Andri fungessero da punto di partenza, permettendoci di percepire i ghiacciai come li vedevano loro e cosa significavano per loro. Volevamo che il film sembrasse l’abbraccio simultaneo di epoche diverse: passato, presente e futuro. Questo approccio ci ha aiutati a capire come gestire il rapporto tra i ghiacciai e il presente e sotto la guida del nostro straordinario direttore della fotografia, Pablo Alvarez Mesa, abbiamo fatto dialogare costantemente le nostre riprese originali, quelle dal vivo, con il materiale d'archivio”.

Pensi che il cinema documentario possa essere uno strumento utile nell'era dell'Antropocene, per de-antropizzare lo sguardo umano aiutandolo a vedere la Terra non come un oggetto di nostra proprietà, ma come un soggetto vivente con cui entrare in dialogo?

“Credo che il cinema di non-fiction possa essere uno strumento potentissimo per esprimere la sensibilità della natura, la sua forza e un'intelligenza che va ben oltre l'umano, oltre lo sguardo antropocentrico. Volevamo mostrare la natura profonda dei ghiacciai. Sebbene tecnicamente siano elementi abiotici, possiedono ritmi e flussi propri e fanno parte di un vasto sistema idrico ed ecologico connesso a ogni forma di vita sulla Terra. Mostrando la potenza dei ghiacciai speravamo di suscitare sentimenti di cura e amore, ma anche di meraviglia e rispetto, permettendo agli esseri umani di collocarsi all'interno di questa immensa ecologia e di comprendere quanto siamo tutti interconnessi. Esistono narrazioni violente che dipingono l'essere umano e la natura come entità separate. Ritengo che una ipotetica linea di demarcazione — tra uomo e natura o tra cultura e natura — non abbia alcun senso e, anzi, abbia causato distruzione per secoli. Per me è fondamentale percepire la natura come qualcosa di intrinsecamente connesso a tutto ciò che ci circonda”.

Come avete affrontato la responsabilità di filmare i ghiacciai, sapendo che il paesaggio stesso che stavate riprendendo stava scomparendo rapidamente?

“È stata una sensazione devastante. Mentre filmavamo sui ghiacciai, proprio sopra il ghiaccio, ci rendevamo conto di trovarci in un luogo bellissimo, potente e maestoso, e percepivamo intuitivamente la forza e la storia che giaceva sotto i nostri piedi. Tutto però stava rapidamente diventando oceano. Credo che questo pensiero abbia suscitato in noi un senso di rispetto, meraviglia e responsabilità. Non volevamo trattare però il ghiacciaio come una vittima, bensì onorarne la vita. Anche per questo la produzione ha voluto che l’intero progetto fosse green e realizzato in modo sostenibile. Volevamo evitare di produrre un'elevata impronta di carbonio mentre giravamo”.

Un regista francese del secolo scorso, Jean Epstein affermava che una delle espressioni più potenti del cinema è il suo animismo, nel senso che la macchina da presa ha il potere di animare le cose. Cosa ne pensi?

“Adoro quest'idea e concordo. Credo che la natura abbia una propria forza vitale, una propria ontologia e uno spirito, e che la macchina da presa abbia il modo di rendere quella vita e quello spirito quasi immortali. Le cose una volta filmate possono viaggiare nel tempo, assumere nuovi significati e creare nuove relazioni man mano che vengono osservati. Mi affascina molto pensare a come il ricordo di un ghiacciaio possa viaggiare dagli anni '50, attraverso la cinepresa dei nonni di Andri, fino ad arrivare al pubblico di tutto il mondo oggi. È una sorta di magia, un animismo generato dalla tecnologia della macchina da presa”.

(foto: National Geographic)
(foto: National Geographic) 

Consideri il tuo film un atto di memoria, un appello all'azione o un'espressione di sentimento?

“Credo che rappresenti tutte e tre le cose. Penso che la memoria possa essere una componente fondamentale di un appello all'azione: comprendere il passato, le nostre origini e il nostro legame con la Terra può infondere amore e cura nel nostro attivismo, elementi che ritengo indispensabili per qualsiasi iniziativa volta al cambiamento. Sono convinta che il mio film, veicoli una sorta di messaggio politico, anche se non appare in senso letterale o militante come altre opere sul cambiamento climatico. Lo scrittore americano Edward Abbey affermava che era fondamentale essere attivisti ‘a metà’. Bisogna riservare metà di sé stessi alla lotta e l'altra metà all'amore, perché non si può affrontare la lotta senza amore. Vedo Il tempo e l'acqua soprattutto come una espressione d'amore.”