Green&Blue

Innovazione

Dal bambù al serbatoio: un biocarburante ecologico dalla pianta che cresce più velocemente

Dal bambù al serbatoio: un biocarburante ecologico dalla pianta che cresce più velocemente

La pianta produce minime quantità di ceneri, cresce anche in terreni poveri e ha un alto tasso di resa. Emissioni fino a 26 volte inferiori della lavorazione del gasolio

2 minuti di lettura

Un carburante ecologico e sostenibile prodotto con la pianta che cresce più rapidamente al mondo: il bambù. La Phyllostachys pubescens è un bambù gigante che può raggiungere una crescita superiore ai 100 cm in appena 24 ore. In circa 40/50 giorni può arrivare ai 28 metri di altezza. Uno gruppo di ricercatori del Worcester Polytechnic Institute negli Stati Uniti ha concentrato le sue attenzioni proprio su questa pianta dei record, con l’obiettivo di trovare un metodo per produrre carburante liquido da sostituire al derivato del petrolio; aviazione, trasporto marittimo e camion a lunga percorrenza sono i settori del trasporto passeggeri e merci più difficili da elettrificare, per i quali servono (e forse serviranno) ancora combustibili liquidi ad alta densità energetica.

Non è tanto la produzione di carburante derivato dal bambù ad essere una scoperta, ma la modalità produttiva che ha costi competitivi con i combustibili petroliferi convenzionali e al contempo riduce le emissioni di gas serra, poiché non produce (quasi) alcun residuo di cenere. “Credo che questa ricerca sia particolarmente importante perché i prezzi dei carburanti sono elevati e il settore dei trasporti produce più emissioni di gas serra negli Stati Uniti di qualsiasi altro” ha considerato uno degli autori dello studio, secondo il quale “il bambù richiederebbe un terreno diverso da quello usato per la produzione alimentare, quindi non ci sarebbe alcun compromesso tra cibo e carburante”.

Attualmente esistono già biocarburanti prodotti da biomassa che sono compatibili con le infrastrutture esistenti, ma hanno rese modeste e producono molte ceneri, quindi non raggiungono la competitività economica. Il bambù invece cresce molto in fretta, ha radici profonde che stabilizzano il suolo, trattengono acqua e catturano carbonio nel sottosuolo. Può crescere su terreni marginali senza competere con le colture alimentari. Ma cerchiamo di capire quali sono stati gli elementi più valorizzati dallo studio: anzitutto l’alto tasso di resa. Su 100 kg di bambù si ottengono circa 35,6 kg di biogreggio, cioè l’olio grezzo da raffinare. Le condizioni per produrlo sono una temperatura costante di 300 °C per 10 minuti, ma senza alcuno tipo di catalizzatore, ovvero niente additivi costosi, quindi un processo semplice ed economico.

Inoltre, oltre la metà del carbonio di partenza finisce nel biogreggio, mentre il resto va nelle altre frazioni. Se si volesse produrre la stessa quantità di carburante equivalente all’etanolo da mais negli Stati Uniti, secondo i calcoli della ricerca, il bambù richiederebbe solo il 13% circa della superficie coltivata con mais. Insomma, il bambù rende molto di più per ettaro perché è in grado di crescere con velocità anche su terreni poveri. Senza entrare troppo nei numeri e tecnicismi, anche le emissioni del bambù sono molto più basse della lavorazione del gasolio tradizionale, circa 26 volte inferiori, perché il processo di conversione dalla pianta di bambù in biocombustibile è più efficiente rispetto al processo per altre materie prime, oltre al fatto che il bambù stesso cattura e immagazzina grandi quantità di carbonio sia sopra che sotto terra. Non secondario il fatto che il bambù ha un contenuto di ceneri molto basso - inferiore all'1% in peso secco - il che significa che il processo di conversione genera una quantità minima e trascurabile di rifiuti.

Veniamo ai costi di produzione che potrebbero dare la spinta alIa raffinazione in scala; i ricercatori hanno simulato uno scenario tipo, secondo cui una bioraffineria rifornita da piantagioni di bambù situata entro un raggio di 48 km può produrre 1,132 miliardi di litri di diesel all’anno. La distanza, infatti, è fondamentale, perché trasportare biomassa su distanze lunghe fa lievitare costi ed emissioni."Gli Stati Uniti hanno enormi superfici coltivate a etanolo da mais, un combustibile che viene spesso miscelato con la benzina", afferma uno dei ricercatori, secondo cui "liberare almeno una parte di questi terreni potrebbe consentire una maggiore produzione alimentare e ridurre l'impatto ambientale”. I ricercatori sono convinti che approfondendo le ricerche di laboratorio, il bambù potrebbe realmente diventare un'opzione interessante per la decarbonizzazione in settori hard to abate.