Il ritorno del lupo è una delle storie di maggior successo della conservazione europea. Ma anche una delle più complicate da raccontare. Perché dove gli ambientalisti vedono una specie riconquistare i territori perduti, gli allevatori devono fare i conti con animali predati, costi crescenti e notti di sorveglianza. E poi c’è la paura, alimentata dagli avvistamenti sempre più frequenti, anche vicino alle abitazioni. La sfida è rendere possibile la convivenza, proteggendo gli allevamenti senza minacciare la sopravvivenza del predatore. Dall’Università di Padova arriva una risposta che punta sulla tecnologia: non eliminare il lupo, ma convincerlo a stare lontano. Con ultrasuoni, luci intermittenti, intelligenza artificiale e, in prospettiva, persino un cane-robot. È l’obiettivo dei progetti Heimat e Melken, sviluppati da un gruppo di ricerca coordinato dai professori Nicola Trivellin, Alessandro Pozzebon e Michele Scotton, in collaborazione con Regione Veneto e Veneto Agricoltura. L’obiettivo è proteggere gli animali al pascolo attraverso dissuasori intelligenti, capaci di riconoscere la presenza del lupo e attivarsi soltanto quando necessario.
Una soluzione non letale per superare i limiti delle recinzioni elettrificate e dei tradizionali dispositivi acustici, ai quali il predatore finisce spesso per abituarsi. I numeri spiegano la portata della sfida. Secondo l’ultima stima nazionale dell’Ispra, riferita al 2020-2021, in Italia vivevano circa 3.500 lupi. Il monitoraggio più recente sulle Alpi, relativo al 2023-2024, ne ha stimati 1.124, contro i 946 della precedente rilevazione. In Europa la popolazione ha raggiunto circa 23mila esemplari nel 2023, il 35% in più rispetto al 2016. Una ripresa accompagnata da tensioni crescenti nelle aree rurali: nell’Unione europea le predazioni attribuite ai lupi riguardano almeno 65.500 capi di bestiame ogni anno. E gli esseri umani? Il rischio di aggressione rimane raro, ma non inesistente. L’Ispra è stata chiamata a intervenire in 100 situazioni problematiche tra il 2017 e il 2024, 61 nel solo biennio 2022-2023. Ed è proprio sulla prevenzione, allora, che si concentra la ricerca padovana. "Lo scopo della nostra attività di ricerca è individuare quali soluzioni non letali siano più efficaci per allontanare il lupo dalle zone di pascolo. – spiega Nicola Trivellin, del dipartimento di Ingegneria industriale dell’Università di Padova - La prima fase del progetto prevede infatti l’analisi della risposta del lupo ad una serie di stimoli di tipo differente, ad esempio ottici e acustici, variati nel tempo e nelle loro caratteristiche. Al tempo stesso è necessario sviluppare dei sistemi di sensori che siano in grado di rilevare la presenza del lupo nell’ambiente alpino, in modo efficace, ma al tempo stesso con costo contenuto e in grado di operare con ridotto consumo energetico". Il primo protagonista della sperimentazione si chiama Remo, un dispositivo installato dal novembre di un anno fa nel parco faunistico AnimaNatura di Semproniano, in Toscana. Qui i ricercatori osservano le reazioni dei lupi in condizioni controllate, senza rischi per gli animali.
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I primi risultati sono incoraggianti: gli ultrasuoni hanno provocato risposte di allontanamento, mentre le luci stroboscopiche hanno prodotto reazioni differenti secondo colore e frequenza. Indicazioni preliminari, che dovranno essere confermate sul campo. "L’esperienza raccolta con Remo ci è servita per progettare un secondo prototipo, Romolo, più maturo ed affidabile, con cui a fine settembre scorso è stata avviata una nuova campagna di test presso il Parco Faunistico del Amiata in Toscana – continua Trivellin –. Una volta individuate le soluzioni più efficaci, prevediamo di sviluppare dei prototipi di sistema autonomo, capace di rilevare la presenza del lupo e attivare i propri dissuasori, così da allontanare il predatore dall’area di pascolo e al tempo stesso comunicare la presenza ad un sistema di monitoraggio controllabile da remoto. L’idea di progetto è quindi quella di installare una rete di prototipi lungo il perimetro da proteggere". Ogni dispositivo sarà alimentato da una batteria ricaricata attraverso un pannello fotovoltaico. L’intelligenza artificiale contribuirà a distinguere il lupo dagli altri animali, riducendo falsi allarmi e interventi inutili. In prospettiva, entrerà in scena anche un cane-robot, in grado di muoversi sui terreni accidentati, pattugliare le aree di pascolo e intervenire su segnalazione dei sensori perimetrali. Non una tecnologia già pronta per gli allevamenti, dunque, ma una sperimentazione che guarda a una convivenza meno conflittuale. Perché d’altronde il ritorno del lupo non è soltanto una questione di biodiversità: riguarda anche il futuro economico e sociale delle comunità montane. E la possibilità di proteggere contemporaneamente gli animali selvatici, quelli domestici e chi vive del proprio lavoro in alpeggio.