Il prossimo giugno arriverà tra nove mesi. È un tempo breve, ma non insignificante, una buona scala per mettere alla prova la nostra capacità di passare dalle parole ai fatti. La Cop31 sarà un passaggio importante per discutere impegni e responsabilità comuni. Ma la credibilità di quegli impegni si misurerà soprattutto vicino a casa: nelle strade, nelle scuole, nelle piazze. Che cosa può cambiare davvero nelle nostre città prima della prossima estate?
Sappiamo che il caldo estremo colpisce soprattutto anziani, bambini, persone fragili, chi lavora all’aperto e chi abita nei quartieri più densamente edificati e privi di alberi. Sappiamo che la pioggia può mancare per mesi e poi cadere tutta insieme, su territori incapaci di accoglierla. Conosciamo anche le soluzioni: ci proteggono dalle isole di calore, la presenza di luoghi freschi e accessibili, se necessario climatizzati; asfalto da rimuovere dove possibile; alberi messi a dimora con terra e acqua sufficienti per crescere; giardini drenanti e cisterne per raccogliere la pioggia. A mancare non è la conoscenza. E non dovrebbe mancare la volontà di destinare risorse a ciò che protegge la salute e la vita quotidiana.
Le stime preliminari sulle ondate di calore del 2026 hanno parlato di almeno 35.000 decessi in eccesso in Europa. Quello che spesso manca è l’attitudine pratica, la capacità di agire: il passaggio dai dati alle decisioni, dalle parole ai cantieri. È qui che si misura l’attitudine di homo agens: non quella di un essere umano che comprende il problema e ne riconosce la gravità, ma continua come prima; bensì quella di chi agisce con intelligenza pragmatica e responsabilità civile. Promettere migliaia di alberi raccoglie consenso; togliere posti auto per fare loro spazio è più difficile. Significa affrontare conflitti, cambiare abitudini e riconoscere che lo spazio urbano è una risorsa finita. È qui che l’adattamento climatico diventa politica.
Nove mesi per il clima è una sfida rivolta a città diverse per dimensione e capacità amministrativa, chiamate a scegliere subito un numero limitato di azioni da portare a termine entro la prossima estate. Non si tratta di aggiungere un altro piano, ma di accelerare ciò che già esiste: progetti pronti, risorse disponibili, accordi quadro, manutenzioni programmate. Un Comune di poco più di mille abitanti può aprire un rifugio climatico, depavimentare 500 metri quadrati e piantare 30 alberi. Un Comune di diecimila abitanti può trasformare un cortile scolastico, realizzare tre giardini drenanti e mettere a dimora 100 alberi.
Una grande città può impegnarsi a rimuovere almeno 50.000 metri quadrati di asfalto, realizzare una trentina di giardini drenanti e aprire una rete di rifugi climatici. Gli esperti oggi indicano tre direzioni di lavoro: togliere, dove possibile, le superfici impermeabili, dai parcheggi sovradimensionati, dai piazzali ai cortili scolastici e a parti della carreggiata; piantare alberi lungo i percorsi pedonali, davanti alle scuole, nelle piazze e nei quartieri più esposti, garantendo spazio alle radici, acqua e manutenzione; trattenere l’acqua, rallentandone il deflusso e raccogliendola con giardini inondabili, aiuole drenanti, superfici permeabili e cisterne.
Anche la gestione va progettata: chi irrigherà gli alberi, chi curerà il giardino, chi terrà aperto il rifugio nelle ore più calde? Un rifugio deve essere riconoscibile, facilmente raggiungibile, dotato di sedute, acqua e servizi, e aperto quando serve. Non basta segnare un luogo su una mappa o climatizzare un edificio che resta chiuso nel pomeriggio di agosto.
Sindaci e giunte, dirigenti e uffici tecnici sono chiamati a trasformare una priorità politica in un’opera visibile e durevole. Il Programma triennale delle opere pubbliche può dare forma a questa scelta, indicando costi, finanziamenti e responsabilità; gli interventi che devono partire subito vanno inseriti nell’elenco annuale. Per i piccoli Comuni, con pochi uffici e bilanci stretti, può essere utile scegliere due o tre luoghi e collegare i lavori a opere già in programma.
Fondazioni, imprese e soggetti del terzo settore possono contribuire con risorse, progettazione sociale e manutenzione. Al Comune spetta scegliere i luoghi, fissare le priorità e garantire equità tra i quartieri. Alla fine della prova, tutte le città si misureranno con gli stessi contatori: metri quadrati di asfalto eliminati, alberi effettivamente messi a dimora, acqua trattenuta, nuova ombra e luoghi realmente trasformati. Non si contano le delibere, i progetti finanziati o gli alberi promessi. Si conta ciò che esiste fisicamente. Nove mesi sono pochi. Proprio per questo possono essere il tempo della prova. La Cop31 può indicare una direzione comune agli Stati, ma alle città spetta tradurla in opere localizzate e riconoscibili, e le comunità devono poterle vedere e verificare.
*Elena Granata insegna Analisi della città e del territorio e di Geografia urbana al Politecnico di Milano e autrice di libri sulle città resilienti