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L’elettrificazione, una rivoluzione necessaria e urgente per uscire dalla crisi

L’elettrificazione, una rivoluzione necessaria e urgente per uscire dalla crisi

Sulla transizione siamo avanti ma riusciremo a cambiare abbastanza velocemente per frenare il riscaldamento globale?

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Oggi la sfida non è più soltanto produrre energia senza distruggere il clima. È cambiare il modo in cui il mondo funziona. Liberare trasporti, fabbriche e abitazioni dai combustibili fossili. Sostituire alla combustione un sistema fondato sempre più sull’elettricità. Una trasformazione che pone una domanda decisiva: riusciremo a cambiare abbastanza rapidamente da contenere la crisi climatica? L’elettrificazione è uno dei grandi terreni sui quali si misura questa sfida. Nel 2025, secondo l’Agenzia internazionale dell’energia, la domanda di elettricità è cresciuta del 3%, oltre il doppio rispetto ai consumi energetici (+1,3%). I veicoli elettrici ne hanno consumata il 38% in più, i centri dati il 17%. Eppure elettrificare non significa automaticamente decarbonizzare: l’elettricità può ancora nascere dal carbone e dal gas.

Nel 2025 le rinnovabili hanno generato il 34% dell’elettricità mondiale, quasi quanto il carbone. Ma occorre avanzare su due fronti: sostituire i motori e rendere pulita l’energia che li alimenta. Servono reti, accumuli, investimenti, accesso alle tecnologie. Qui l’economia reale incontra la lentezza della diplomazia. "L’Accordo di Parigi è stato un momento storico nella diplomazia del clima. - sottolinea Edo Ronchi, presidente della Fondazione per lo sviluppo sostenibile - Tuttavia le trattative e i negoziati globali non stanno tenendo il passo di una crisi climatica che negli ultimi anni ha accelerato in modo forse inaspettato. Ma mentre cerchiamo il modo di migliorare i processi negoziali alla base delle varie Cop, dobbiamo concentrare la nostra attenzione su cosa accade all’economia reale e, in particolare, in quei grandi emettitori – a cominciare da Cina, Usa, India e Ue - responsabili di oltre la metà delle emissioni globali di gas serra ma che soprattutto sono i veri driver di una rivoluzione tecnologica che chiamiamo transizione energetica e che sta avvenendo, qui e ora, sotto i nostri occhi. E che potrebbe incidere sulle sorti del clima e dell’umanità in modo decisivo nei prossimi anni e decenni".

L’Italia mostra i risultati e le incompiutezze di questa rivoluzione. Secondo Italy for Climate, tra il 1990 e il 2025 le emissioni nazionali sono diminuite di quasi 160 milioni di tonnellate di CO2₂equivalente, circa il 30%. Oltre due terzi di quel taglio sono legati all’aumento dei consumi elettrici e soprattutto a una produzione meno inquinante. Le emissioni per chilowattora consumato sono scese del 65%, da 578 grammi di CO2 a meno di 200. Le rinnovabili, che nel 1990 valevano il 16% della generazione nazionale, nel 2025 hanno raggiunto il 47%. E tuttavia la trasformazione rallenta proprio dove dovrebbe estendersi.

"Il passaggio da consumi termici a consumi elettrici, specie negli ultimi anni, è stato troppo lento", osserva Andrea Barbabella, coordinatore e responsabile scientifico di Italy for Climate. "Il tasso di elettrificazione italiano è passato dal 18 al 23% in trentacinque anni e non si muove da quindici. Nel 2024 la media della Ue era al 27%, la Francia al 35%, la Spagna al 47%".

I distinti settori raccontano velocità diverse. Nell’industria l’elettricità copre il 40% dei consumi energetici, più della media europea; negli edifici il 32%. Nei trasporti appena il 2%. "I trasporti si confermano fanalino di coda", rileva Barbabella: il ritardo dell’auto elettrica ne è uno dei segnali più visibili. Non basta rendere più verde la corrente se la vita quotidiana resta legata a petrolio e gas. C’è poi una questione di autonomia. Nel 2025 l’Italia ha soddisfatto il 74% del proprio fabbisogno energetico importando combustibili fossili. Ridurre questa dipendenza significa esporsi meno alle crisi internazionali e alle oscillazioni dei prezzi. Il mondo sta senz’altro cambiando il modo in cui produce e consuma energia. La questione, però, è se saprà farlo alla velocità richiesta dal clima, senza lasciare indietro chi dispone di meno risorse per affrontare il cambiamento.