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Nell’isola dove non nascono bambini il vigneto creato dall’amore di una coppia di fidanzati

Nell’isola dove non nascono bambini il vigneto creato dall’amore di una coppia di fidanzati

A Capraia con la loro azienda La Mursa, Francesco Cerri e Gianna Zito coltivano Grenache e Ansonica sui terreni dell’ex colonia penale. Una scelta di vita oltre il turismo estivo

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Capraia d’estate è piena di turisti ma è in inverno che rivela la sua anima. Quando il porto si svuota, il mare torna a dettare i tempi e il rumore del turismo lascia spazio a quello del vento, restano le persone che hanno scelto di abitare qui tutto l’anno. È in questa stagione, lontano dalle immagini da cartolina, che si capisce davvero cosa significhi vivere su un’isola.

Francesco Cerri è nato in terraferma perché sull’isola non si nasceva più quando è venuto al mondo. I suoi genitori erano già lì e lui è cresciuto tra il mare della sua famiglia e una terra che per decenni aveva visto allontanarsi uomini e agricoltura. Da una parte i nonni materni pescatori, dall’altra le origini della Garfagnana, poi gli anni dell’istituto agrario a Pescia e il ritorno a casa, perché per chi è cresciuto su un’isola il richiamo del luogo dove tutto è iniziato spesso resta più forte di qualsiasi altra strada.

La svolta arriva con Gianna Zito, arrivata a Capraia dalla Puglia dopo gli studi e una laurea in lingue, chiamata a insegnare nella scuola media dell’isola. Quello che doveva essere un incarico professionale diventa una scelta di vita dopo l’incontro con Francesco. Insieme decidono di costruire qualcosa che permetta loro di rimanere sull’isola anche nei mesi in cui il turismo si ferma, un progetto che non sia legato soltanto alle presenze estive ma che abbia a che fare con la terra.

Nasce così La Mursa, un nome che richiama l’elicriso, la pianta dal profumo intenso che cresce nella macchia mediterranea di Capraia. Francesco torna sui vecchi terrazzamenti abbandonati dell’ex colonia penale, ripulisce i pendii, rimette in ordine i muri a secco costruiti quando l’isola aveva una vocazione agricola molto più forte e restituisce alla vite spazi che la natura aveva lentamente ripreso.

Quei muri raccontano una storia lunga. Per secoli a Capraia la coltivazione era stata una necessità quotidiana, poi la chiusura della colonia penale nel 1986 aveva accelerato l’abbandono di molte aree agricole. Dove prima c’erano vigne e orti erano rimasti soltanto rovi e macchia mediterranea. Oggi, su quelle stesse terrazze sotto il Monte Castello, Francesco e Gianna hanno scelto di ripartire da vitigni che appartengono alla memoria dell’isola.

Il grenache, conosciuto anche come alicante o cannonau, è il protagonista dei loro vini rossi, una varietà che secondo le testimonianze era già presente in passato e che aveva legami con le coltivazioni della vicina Corsica. Accanto arriva l’ansonica per il bianco Frasté, mentre Sulàna e Ventigghjatu raccontano due interpretazioni diverse del grenache. Sono poche bottiglie, nate da un lavoro quasi interamente manuale, ma dentro hanno il carattere di un territorio dove ogni passaggio deve fare i conti con il mare. Abbiamo parlato con Francesco Cerri della fatica di produrre vino su un’isola, delle prospettive di crescita e delle ragioni che lo spingono ancora oggi a continuare.

Quanto è difficile fare vino a Capraia?

"La difficoltà principale è sicuramente la distanza. Vivere su un’isola significa che tutto deve arrivare attraverso il mare, dalle bottiglie vuote ai materiali necessari per lavorare. Anche spedire il vino diventa più complicato e i costi aumentano. Poi c’è il lavoro quotidiano sui terrazzamenti, che è diverso rispetto a una viticoltura in pianura. Noi siamo abituati a lavorare in questo modo perché è il nostro ambiente, ma quando ci pensi ti rendi conto di quanto sia impegnativo. Allo stesso tempo credo che proprio queste difficoltà diano un valore diverso al prodotto finale. Quando una persona beve una bottiglia e sa da dove arriva, comprende che dietro non c’è soltanto un vino ma un territorio, una storia e un lavoro fatto in condizioni particolari. Questo secondo me viene percepito e apprezzato”.

Vedete possibilità di sviluppo e crescita? La vostra esperienza può essere un esempio anche per altri giovani?

"Spero sicuramente che possiamo crescere ancora, anche se su un’isola le possibilità sono diverse rispetto alla terraferma. Il problema più grande oggi è forse trovare persone che possano dare una mano. Siamo rimasti in pochi e manca un po’ di manodopera, che sarebbe fondamentale per sviluppare ulteriormente il progetto. Credo però che la nostra esperienza dimostri che anche in un luogo piccolo si può costruire qualcosa. Non penso soltanto al vino, ma alla possibilità di creare un’attività legata al territorio che permetta ai giovani di immaginare un futuro senza dover necessariamente partire”.

Qual è la motivazione che vi spinge a continuare?

"Sicuramente l’amore per l’isola. Io sono nato qui e ho un legame che viene da tutta la mia storia personale. Gianna invece ha scelto Capraia e l’ha trasformata nella sua casa. In modi diversi sentiamo entrambi che questo luogo ci appartiene. Poi c’è anche il rapporto con le persone che vivono qui e con chi conosce il nostro lavoro. Quando qualcuno assaggia il vino e capisce quello che c’è dietro, quando apprezza il recupero che abbiamo fatto, ti dà energia per andare avanti. Alla fine, è anche questo che ti spinge a continuare: sapere che quello che stai facendo ha un significato per te e per gli altri”.