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Ecco perché per i 50 Best Jessica Rosval del Gatto Verde è la migliore del mondo

Ecco perché per i 50 Best Jessica Rosval del Gatto Verde è la migliore del mondo

La chef canadese trapiantata a Modena conquista lo speciale riconoscimento. Arrivata in Italia senza conoscerne la lingua e le tradizioni, ha costruito una carriera nell'alta cucina e fondato Roots, il progetto che offre formazione e lavoro alle donne migranti

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A Lima in Perù, durante la serata che è considerata la notte degli Oscar in versione gastronomia, gli applausi sono stati tutti per lei all’annuncio del premio Best Female Chef. Un risultato costruito passo dopo passo che si realizza in Italia, ma che prende il volo dal Canada.

La prima volta che Jessica Rosval ha sbirciato in una cucina professionale aveva 15 anni. Lavorava dopo la scuola in un piccolo ristorante a gestione familiare a Montreal, lo Scarolies Pasta Emporium, e il suo compito era accompagnare i clienti al tavolo. Ma lei era attratta soprattutto da quello che succedeva dietro le quinte. Osservava affascinata i cuochi muoversi tra fuoco, padelle e urla, con una complicità che le ricordava “quella di una banda di allegri pirati”. E sentiva di volerne far parte. E oggi, a distanza di tanti anni e migliaia di chilometri, quella ragazzina canadese è diventata la migliore chef del mondo per The 50 Best Restaurants.

Premio per un percorso straordinario, che sottolinea come per le donne a volte la strada sia ancora più in salita, ma che nel caso di Rosval premia qualcosa di più del talento gastronomico. La cuoca di Al Gatto Verde, il ristorante di Casa Maria Luigia, la residenza di campagna di Massimo Bottura e Lara Gilmore alle porte di Modena, è riuscita a trasformare la propria esperienza di donna emigrata in un altro Paese in un progetto capace di cambiare la vita di altre donne.

La sua storia italiana comincia nel 2013, quando, dopo essersi formata nelle scuole professionali e nelle cucine canadesi, arriva all'Osteria Francescana. Una cena da Bottura si trasforma in una folgorazione: Jessica decide di restare, chiede un colloquio di lavoro, entra nella brigata del ristorante modenese e comincia una nuova vita. Ha 25 anni, non parla italiano e, soprattutto, scopre che per imparare davvero la nostra cucina deve mettere in discussione buona parte delle proprie certezze. Aveva studiato le tecniche e la teoria della cucina italiana, ma doveva imparare a ridurre i grassi e gli aromi ai quali era abituata. Non si trattava di rinnegare la propria formazione, bensì di aggiungere una nuova cultura gastronomica a quella che già possedeva. È una distinzione importante, che aiuta a comprendere non soltanto la sua cucina, ma anche la sua idea di integrazione.

Dall'Osteria Francescana, dove ha cominciato come capo partita degli antipasti, Rosval è passata a Casa Maria Luigia, diventando una delle figure di riferimento della Francescana Family. Qui ha sviluppato un linguaggio gastronomico personale, nel quale il fuoco, la stagionalità e il rapporto con la natura assumono un ruolo centrale. La cucina alla brace e al forno a legna, le affumicature, l'attenzione alle materie prime dell'orto e dei produttori locali diventano gli strumenti per costruire un dialogo tra le sue origini e la tradizione emiliana.

Un percorso premiato dalla Michelin con una stella e la stella verde (per la sostenibilità). E nel quale si inserisce anche Fiabe, il suo ultimo menu degustazione che affida al racconto e all'immaginazione il compito di evocare memorie, personaggi e suggestioni, dal folclore emiliano-romagnolo a quello di altre terre. Perché per Rosval cucinare significa anche costruire un linguaggio capace di attraversare culture differenti.

Ma è soprattutto fuori dalle cucine dell'alta ristorazione che emerge un altro aspetto della sua personalità. Insieme a Caroline Caporossi, Jessica ha dato vita, nell’ambito dell'Association for the Integration of Women, a Roots, un ristorante-laboratorio senza scopo di lucro che offre alle donne migranti un percorso di formazione professionale retribuito, finalizzato all'inserimento nel mondo del lavoro. Nel 2024 le due fondatrici hanno ricevuto il premio Champions of Change dei World's 50 Best Restaurants, un riconoscimento destinato a chi contribuisce a produrre cambiamenti positivi attraverso la gastronomia.

Jessica raccontò allora una storia che spiega il significato del progetto meglio di tante dichiarazioni di principio. Quella di Tahira, una donna che, quando era arrivata a Roots, non aveva mai lavorato e quasi non era mai uscita di casa. Timidissima, aveva scoperto durante il corso di avere un talento naturale per la cucina. Alla fine del percorso aveva trovato un impiego in un ristorante modenese, ma soprattutto aveva acquistato fiducia in sé stessa, fino a trovare una voce che prima non riusciva a esprimere.

È qui che il lavoro di Rosval assume una dimensione che va oltre la ristorazione. Roots non nasce soltanto per insegnare un mestiere, ma per riconoscere competenze che spesso restano invisibili. Quelle di donne che magari hanno sempre cucinato per le proprie famiglie, senza che nessuno considerasse quel sapere una possibile professione. E che, attraverso la formazione, possono trasformarlo in indipendenza economica. Il punto focale, nella visione di Jessica, è che l'integrazione non richiede di abbandonare la propria identità. Anzi. Le partecipanti portano nei menu le ricette, gli ingredienti e le tradizioni dei loro Paesi. E così a Modena si possono incontrare, attraverso il cibo, il Ghana, il Niger, la Turchia e molte altre culture. Chi cucina impara un mestiere, chi mangia scopre sapori nuovi. E tutti, in qualche modo, allargano i propri orizzonti.

È una visione che nasce anche dalla sua esperienza personale. Jessica sa cosa significa arrivare in un Paese sconosciuto, non parlare la lingua, dover ricominciare. Ma sa anche quanto possa essere importante trovare qualcuno disposto a riconoscere il talento prima ancora che questo abbia avuto la possibilità di dimostrarsi. In un settore nel quale le donne continuano a essere largamente sottorappresentate ai vertici, Rosval ha scelto di utilizzare la propria posizione per creare opportunità. Anche mettendo in discussione un paradosso antico: quello per cui cucinare è stato considerato per secoli un dovere femminile dentro le mura domestiche, mentre la cucina professionale, quella che porta prestigio, riconoscimenti e remunerazioni, è rimasta prevalentemente maschile.

Non è un caso che, parlando del suo lavoro con le donne migranti, Jessica abbia insistito spesso sull'importanza di far emergere talenti nascosti e di costruire una squadra nella quale ciascuna possa trovare il proprio spazio. Proprio quel senso di appartenenza che l'aveva conquistata quando, quindicenne, osservava i cuochi del ristorante canadese. Oggi è lei a guidare quella che un tempo sognava come una banda di allegri pirati. Con una differenza: non si limita a scegliere chi può salire a bordo, ma cerca di offrire a sempre più persone la possibilità di farlo.