Lo studio
Si tratta di uno studio retrospettivo che copre un periodo di tempo che va dal 2007 – quando è iniziata la vaccinazione per questo tipo di virus in Australia - al 2014 e che ha preso in esame i dati degli screening cervicali, dei registri nazionali delle vaccinazioni di Hpv e dei registri di tumore e mortalità relativi a oltre 250mila donne (nate nel 1992 e dopo questo anno), ammissibili per età alla vaccinazione prevista dal programma nazionale. L’obiettivo della ricerca è stato quello di valutare l’efficacia di questo vaccino, in base al numero di dosi somministrate: il 19,5% del campione non era stato vaccinato, il 3-4% aveva ricevuto una sola dose del vaccino, mentre il 7,8% e il 69,8% aveva ricevuto rispettivamente due e tre dosi.Quello che gli autori hanno osservato è che tutti e tre i gruppi vaccinati avevano un rischio minore di incorrere in lesioni precancerose rispetto alle persone non vaccinate, ma non solo: la somministrazione di una sola dose risulta sufficiente come strategia preventiva, specialmente nelle donne non ancora esposte al virus. “I risultati di questo studio sembrano dimostrare che la somministrazione di una sola dose nei giovani possa consentire di avere un livello di protezione nella formazione di lesione precancerose simili a due o tre dosi, un dato interessante perché consentirebbe di coprire una più ampia fetta della popolazione, specialmente nei paesi più poveri, riducendo al tempo stesso i costi della vaccinazione”, spiega Domenica Lorusso, ginecologa oncologa presso la Ginecologia Oncologica, Fondazione Policlinico Universitario Agostino Gemelli IRCCS di Roma.
La vaccinazione in Italia
Ma, come puntualizza l’esperta, si tratta di un’analisi retrospettiva che, sebbene sia stata condotta su un campione numericamente ampio, “andrà confermata con ulteriori studi prospettici, di validazione. Ad oggi quello si può dire in base ad alcuni studi randomizzati è che la somministrazione di due sole dosi del vaccino contro l’Hpv conferisca la stessa protezione che si otterrebbe con tre dosi nelle persone più giovani, che non sono ancora entrate in contatto con il virus”, motivo per cui, da oltre un anno in Italia il piano di vaccinazione prevede la somministrazione obbligatoria di due dosi e non più tre all’età di 12 anni a tutte le ragazze e in alcune regioni anche ai ragazzi, a distanza di sei mesi. “La somministrazione di tre dosi, invece, - a 0, 2 e 6 mesi – viene fatta dai 14 anni in su, quindi anche in età adulta, perché non si hanno ancora conferme sul fatto che in questa età la riduzione delle dosi sia sufficiente a prevenire le displasie della cervice uterina. Va certamente detto però – spiega Lorusso - che, sebbene l’efficacia del vaccino sia massima per le ragazze che non hanno ancora avuto rapporti sessuali, e che quindi non siano ancora venute in contatto con il virus, fino a 45 anni d’età la vaccinazione può dare benefici”.Perché funziona
Purtroppo negli ultimi anni nel nostro Paese la vaccinazione contro l’Hpv ha subito un calo del 10%, ma va fatta chiarezza sul fatto che questa strategia è sicura ed efficace per prevenire il cancro della cervice uterina: “Quello che viene inoculato, infatti – spiega Lorusso - non è il virus in sé ma una proteina del virus presente sulla sua superficie esterna, l’esoscheletro, che stimola la risposta immunitaria di chi si sottopone alla vaccinazione”. Ovviamente i virus Hpv sono tanti, ma avendo molte caratteristiche in comune, con la classica vaccinazione bivalente o quadrivalente, fatta appunto contro due o quattro ceppi in particolare, si riesce a proteggere l’organismo umano contro numerosi altri tipi simili: “Ad esempio – continua l’esperta - il vaccino contro l’Hpv 16, tra quelli in grado di causare le lesioni pretumorali, funziona anche sul tipo 31, così come il 18 sul tipo 45. Va detto anche che oggi trova sempre più impiego il vaccino nonavalente, quello che copre contro 9 ceppi dell’Hpv, che sta prendendo il posto degli altri due vaccini”.L’unico aspetto sul quale c’è bisogno di porre maggiore attenzione è il periodo di tempo durante il quale il vaccino garantisce un effetto protettivo: “Al momento – aggiunge Lorusso - alcuni studi suggeriscono come i livelli degli anticorpi contro l’Hpv, e dunque la protezione dal virus, si protraggono oltre i 10 anni dalla prima somministrazione: per ora il richiamo a distanza di anni non è necessario, ma non abbiamo ancora studi che hanno investigato l’efficacia del vaccino a distanza di molto più tempo”.
La diagnosi
Sebbene il tumore della cervice uterina conti nel nostro Paese oltre 2mila nuovi casi all’anno, rappresentando l’1-2% di tutti i tumori incidenti nelle donne - una malattia oncologica per lo più frequente nella fascia giovanile -, sono diverse le strategie in grado di controllare efficacemente l’eventuale infezione da parte del virus, oltre che la formazione delle lesioni precancerose: “Mentre l’Hpv test aiuta a verificare la presenza o meno dell’infezione da parte del virus nella cervice uterina, il Pap test rappresenta il metodo di screening principale per evidenziare le alterazioni a carico delle cellule del collo dell’utero, e va fatto anche nel caso in cui la persona si sia vaccinata. Se dal primo test non si evidenzia la presenza di Hpv, è possibile dilazionare il Pap test fino a 5 anni, senza rischi”, spiega Lorusso. Nel caso in cui dal Pap test risultino cellule alterate, si ricorre alla colposcopia, un esame che si basa sulla colorazione del tessuto del collo dell’utero per accertare la presenza di displasie, cioè lesioni precancerose, di basso, medio o alto grado, spesso chiamate anche CIN (neoplasia intraepiteliale cervicale) o SIL (lesione intraepiteliale squamosa), o in alcuni casi anche cellule già in fase tumorale, che verranno eventualmente asportate per la biopsia.“La strategia migliore in questi casi è l’asportazione mediante una tecnica definita conizzazione e non la cauterizzazione, cioè la bruciatura, perché – puntualizza l’esperta - è fondamentale verificare la presenza di cellule tumorali, non ben osservabili con quest’ultima strategia”. Diverso invece l’utilizzo dell’isteroscopia, che c’entra poco nella diagnostica del tumore della cervice: “Si tratta più che altro di una metodica che studia l’interno dell’utero per evidenziare i tumori dell’endometrio o approfondire i motivi di sanguinamenti anomali, specialmente durante la menopausa. In rari casi – spiega Lorusso - si utilizza per le lesioni o il tumore della cervice uterina, e cioè solo quando questa malattia oncologica risale dalla cervice all’utero”. Una strategia ritenuta spesso dolorosa da molte pazienti – specialmente dalle donne in post menopausa da molto tempo con un collo dell’utero atrofico e stenotico - e per la quale si deve spesso ricorrere alla sedazione.