Oncoline

Tumore dell'ovaio: "Chemioterapia per via intraperitoneale più efficace dell'endovenosa"

Lo sostiene una ricerca che ha coinvolto 275 donne con carcinoma ovarico in stadio IIB-IV: quelle trattate con chemioterapia intra-addominale hanno presentato una sopravvivenza complessiva di 59,3 mesi, contro i 38,1 mesi del gruppo curato in maniera tradizionale
2 minuti di lettura
In Italia i nuovi casi ogni anno sono circa 4800
In Italia i nuovi casi ogni anno sono circa 4800 
NELLE donne operate di tumore dell’ovaio, la chemioterapia somministrata non solo per via endovenosa, ma anche direttamente nell’addome, consente di controllare meglio la malattia. A rivelarlo i risultati iniziali di uno studio di fase II presentato al congresso ASCO di Chicago, che ha interessato 275 donne con carcinoma ovarico in stadio IIB-IV, trattate con chemioterapia prima dell’intervento chirurgico e in seguito sottoposte a intervento di rimozione del tumore. Dopo l’intervento, 200 di loro sono state assegnate al trattamento con chemioterapia tradizionale per via endovenosa o al regime per via endovenosa e intraperitoneale. La maggior parte delle pazienti incluse nello studio presentavano una diffusione del tumore all’interno della cavità peritoneale (stadio IIIC). A distanza di 9 mesi, il 42,2% delle donne trattate con chemioterapia endovenosa presentava un peggioramento della malattia, contro appena il 23,3% del gruppo trattato con la doppia somministrazione, endovenosa e intraperitoneale. Un dato questo con un importante impatto sulla sopravvivenza: le donne trattate con chemioterapia intra-addominale hanno presentato una sopravvivenza complessiva di 59,3 mesi, contro i 38,1 mesi del gruppo trattato in maniera tradizionale, cioè per via endovenosa.

I precedenti. Alcuni studi condotti in precedenza avevano suggerito che determinati tipi di carcinoma dell’ovaio sono più sensibili di altri alla chemioterapia. L’idea dei ricercatori canadesi è dunque adesso quella di analizzare i campioni di tessuto tumorale raccolti durante questo studio per valutare quali caratteristiche biologiche si associno ad una migliore risposta alla chemioterapia per via intra-addominale. Questo consentirà di selezionare le pazienti con le migliori chance di risposta a questo nuovo approccio. “Già da questi primi risultati – afferma l’autrice dello studio, Helen Mackay, Sunnybrook Odette Cancer Center, Toronto (Canada) – possiamo vedere che le donne trattate con la chemioterapia per via intraperitoneale  hanno risultati migliori senza un aumento di tossicità”.

Ancora pochi centri la praticano in Italia. “La chemioterapia intraperitoneale - spiega Pierfranco Conte, professore di oncologia presso l’Università di Padova e direttore dell’Oncologia medica 2 dell’Istituto Oncologico Veneto - è nota da diversi anni e il tumore dell’ovaio si presta a questo tipo di trattamento perché per moltissimo tempo si diffonde solo per via peritoneale e solo tardivamente dà metastasi al fegato, al polmone e alle ossa. Sono stati condotti dunque diversi studi su questo approccio che hanno dato in genere risultati positivi. Purtroppo questo non si è tradotto in un frequente utilizzo nella pratica clinica per varie ragioni. In primo luogo questo trattamento richiede il posizionamento di un cateterino peritoneale per l’infusione  dei farmaci che può infettarsi o chiudersi; molto spesso dunque, per il sopravvenire di questi problemi, non si riesce a completare i 6 cicli di chemioterapia intraperitoneali e si deve passare a quella endovenosa. Nonostante queste difficoltà - conclude Conte - gli studi condotti finora confermano che la chemioterapia intraperitoneale dà un vantaggio in termini di sopravvivenza. Per questo, molte linee guida, comprese quelle dell’Associazione Italiana di Oncologia Medica (Aiom) raccomandano l’approccio intraperitoneale per tutte le donne che hanno un residuo di malattia dopo chirurgia. Sono ancora pochi i centri che fanno chemioterapia intraperitoneale in Italia”.