I precedenti. Alcuni studi condotti in precedenza avevano suggerito che determinati tipi di carcinoma dell’ovaio sono più sensibili di altri alla chemioterapia. L’idea dei ricercatori canadesi è dunque adesso quella di analizzare i campioni di tessuto tumorale raccolti durante questo studio per valutare quali caratteristiche biologiche si associno ad una migliore risposta alla chemioterapia per via intra-addominale. Questo consentirà di selezionare le pazienti con le migliori chance di risposta a questo nuovo approccio. “Già da questi primi risultati – afferma l’autrice dello studio, Helen Mackay, Sunnybrook Odette Cancer Center, Toronto (Canada) – possiamo vedere che le donne trattate con la chemioterapia per via intraperitoneale hanno risultati migliori senza un aumento di tossicità”.
Ancora pochi centri la praticano in Italia. “La chemioterapia intraperitoneale - spiega Pierfranco Conte, professore di oncologia presso l’Università di Padova e direttore dell’Oncologia medica 2 dell’Istituto Oncologico Veneto - è nota da diversi anni e il tumore dell’ovaio si presta a questo tipo di trattamento perché per moltissimo tempo si diffonde solo per via peritoneale e solo tardivamente dà metastasi al fegato, al polmone e alle ossa. Sono stati condotti dunque diversi studi su questo approccio che hanno dato in genere risultati positivi. Purtroppo questo non si è tradotto in un frequente utilizzo nella pratica clinica per varie ragioni. In primo luogo questo trattamento richiede il posizionamento di un cateterino peritoneale per l’infusione dei farmaci che può infettarsi o chiudersi; molto spesso dunque, per il sopravvenire di questi problemi, non si riesce a completare i 6 cicli di chemioterapia intraperitoneali e si deve passare a quella endovenosa. Nonostante queste difficoltà - conclude Conte - gli studi condotti finora confermano che la chemioterapia intraperitoneale dà un vantaggio in termini di sopravvivenza. Per questo, molte linee guida, comprese quelle dell’Associazione Italiana di Oncologia Medica (Aiom) raccomandano l’approccio intraperitoneale per tutte le donne che hanno un residuo di malattia dopo chirurgia. Sono ancora pochi i centri che fanno chemioterapia intraperitoneale in Italia”.