"Nessuna tentazione presidenzialista. Utile e legittimo che di fronte a messaggi presidenziali dal forte contenuto istituzionale il Parlamento discuta e prenda impegni". A scriverlo, su Twitter, è il segretario del Pd Enrico Letta parlando della lettera inviata dalle capogruppo del partito Malpezzi e Serracchiani ai presidenti di Camera e Sento, Fico e Casellati. Una lettera in cui le dem invocano, con l'approvazione di Lega, 5S, Leu e Italia viva, "una sessione parlamentare sulle riforme per dare seguito alle parole di Mattarella" durante il suo discorso dopo il giuramento a Montecitorio. "Successe con Ciampi e Napolitano. Che alle ovazioni seguano i fatti è un bene per la credibilità della politica", spiega Letta nel suo post.
E proprio di riforme ha parlato anche Romano Prodi intervendo a Sabato 24 su Rainews24. "Il governo deve dare un senso di decisione rapida e forte. Deve dire che la frammentazione non c'è più perchè il presidente della Repubblica ci ha dato alcune cose molto precise da fare". L'esecutivo, aggiunge, "in pochi giorni dovrebbe mettere mano a uno dei passaggi centrali del discorso di Mattarella, la questione della giustizia". Il Capo dello Stato, ricorda l'ex premier, "ha indicato due-tre riforme molto precise. Bisogna farle, altrimenti lo scoramento diventa disperazione".
Prodi ha parlato anche della riforma della legge elettorale. "Vogliamo la stabilità? La stabilità si fa con una legge simile a quella dei sindaci", ha osservato. Di tutto ciò "con Letta non ne ho parlato, non è che debba prendere decisioni, il mio è un parere", precisa Prodi. "Io - aggiunge - non guardo alla posizione dei singoli partiti. La legge elettorale va fatta per un lungo termine, va fatta per l'eternità, non per le elezioni successive".
A proposito del progetto centrista di Matteo Renzi e Giovanni Toti, Prodi ha sottolineato: "I partiti non nascono mai con un accordo tra quattro persone. O qualcuno si mette in giro per il Paese con un programma nuovo, trascinando la gente, o nascono cosette che invece del 2 vanno a 4%. Non è questo che cambia il Paese, non sono i nomi".