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Armi, la destra litiga. Dubbi della premier sull’Ucraina in Europa

Giorgia Meloni

 

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FdI contro i leghisti anti-decreto. Giorgetti sfida Vannacci. Call di Meloni con gli altri leader: frenata sull’ingresso di Kiev
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ROMA – Dubbi sull’accelerazione di von der Leyen per fare entrare l’Ucraina nell’Ue. Fastidio per le sortite dei big leghisti, che dopo avere chiesto (e ottenuto) modifiche al decreto Ucraina ora minacciano: quel testo comunque non lo votiamo. L’anno di Giorgia Meloni si chiude così. Archiviata la pratica della manovra tra le bizze sulle pensioni e i soldati, restano le spine in politica estera. La premier ieri mattina si è collegata alla call dei leader europei su Kiev. E in qualche forma parteciperà anche al vertice dei volenterosi del 6 gennaio a Parigi, anche se non hanno ancora comunicato a Palazzo Chigi se sarà in presenza o da remoto. Incertezze d’agenda. Concrete invece sono le perplessità con cui nell’entourage della premier sono state accolte le dichiarazioni di Ursula von der Leyen, che subito dopo il tele-vertice ha parlato dell’adesione all’Ue di Kiev come di una «garanzia fondamentale per la sicurezza». Per Meloni invece il tema non è centrale, riferiscono i suoi. Il pro…

ROMA – Dubbi sull’accelerazione di von der Leyen per fare entrare l’Ucraina nell’Ue. Fastidio per le sortite dei big leghisti, che dopo avere chiesto (e ottenuto) modifiche al decreto Ucraina ora minacciano: quel testo comunque non lo votiamo. L’anno di Giorgia Meloni si chiude così. Archiviata la pratica della manovra tra le bizze sulle pensioni e i soldati, restano le spine in politica estera. La premier ieri mattina si è collegata alla call dei leader europei su Kiev. E in qualche forma parteciperà anche al vertice dei volenterosi del 6 gennaio a Parigi, anche se non hanno ancora comunicato a Palazzo Chigi se sarà in presenza o da remoto. Incertezze d’agenda. Concrete invece sono le perplessità con cui nell’entourage della premier sono state accolte le dichiarazioni di Ursula von der Leyen, che subito dopo il tele-vertice ha parlato dell’adesione all’Ue di Kiev come di una «garanzia fondamentale per la sicurezza». Per Meloni invece il tema non è centrale, riferiscono i suoi. Il progetto è importante, certo. Roma non porrà alcun veto, anzi condivide il percorso. Ma appunto di percorso si tratta, senza corsie preferenziali rispetto ad altri paesi in fila da anni. A cominciare dall’Albania di Edi Rama, che ha aiutato il governo con i famosi (e ancora semi-deserti) centri per i migranti.

Meloni evita di esporsi pubblicamente, ma la sua maggioranza ha già chiarito di non gradire accelerate. Tutto nero su bianco nell’ultima risoluzione votata alle Camere prima del consiglio europeo, il 17 dicembre. La Lega non si fa scrupoli nel bersagliare la presidente della Commissione europea: «Fantasie propagandistiche di Ursula, irrealizzabili nella forma e nella sostanza», le bolla così il capodelegazione all’Europarlamento, Paolo Borchia.

È sempre il Carroccio a funestare le vacanze di Meloni. Il vicesegretario leghista, Roberto Vannacci, ha preso a picconate il decreto Ucraina appena sfornato dal Consiglio dei ministri, invitando il Parlamento ad affossarlo da qui a due mesi, quando dovrà essere convertito in legge. Un salviniano di ferro come Claudio Borghi, capo-negoziatore per conto del vicepremier sul provvedimento, si è detto soddisfatto della mediazione, sì, ma ha subito fatto sapere che comunque non ci pensa proprio a votarlo, quando approderà in Senato. Secondo più fonti lumbard quello di Borghi non sarà l’unico forfait. Pesano gli strascichi delle trattative con FdI sul titolo del decreto, in cui è riapparsa la formula «mezzi militari». Una fronda leghista ora vuole restituire la pariglia ai Fratelli. Salvini? Lascia fare. Se alla cerchia del segretario si chiede che ne pensino della sortita di Vannacci, rispondono così: ognuno ha la propria sensibilità. Anche se naturalmente il testo è considerato una posizione di equilibrio. Insomma, Salvini non sconfessa il suo generale. Nessuna censura. Il corpaccione del partito aspetta un cenno dal capo, che al Cdm che ha varato il decreto non c’era. Così dice pure il ministro dell’Economia, Giancarlo Giorgetti: «Il segretario si chiama Salvini e io farò quello che dirà il mio segretario e non quello che dice il vice». L’assenza del leader al Consiglio dei ministri? «Non è motivata da polemiche politiche». Sarà. Dentro FdI monta sottotraccia l’irritazione: il decreto è stato cambiato, ora chi fa parte della maggioranza non può sfilarsi.

L’opposizione ringrazia. A sentire il renziano Enrico Borghi «la Lega sta trasferendo la sua crisi di identità su un terreno delicatissimo come quello della politica estera, di difesa e di sicurezza». Per il dem Filippo Sensi, «al Cremlino stappano vodka».

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