“Senza mostrare pentimento, senza dare l’impressione di avere piena coscienza della gravità di ciò che avevano fatto”. Rileggo questo passaggio dei verbali della confessione dei due ragazzini, 16 e 17 anni, che a Roma a bordo di una minicar nera hanno spinto a terra e aggredito sei persone. Per le lesioni provocate alla settima, l’attore Davide Iacopini, l’ipotesi di reato è tentato omicidio. Iacopini era in monopattino quando lo hanno intenzionalmente fatto cadere: ha battuto la testa, è stato operato due volte, è tuttora in terapia intensiva. “Senza dare l’impressione di avere piena coscienza della gravità di ciò che avevano fatto”. Leggo ancora e resto con la sensazione che sia qui il nodo del guasto, quello che non capiamo dei giovanissimi, eppure non so metterlo a fuoco fino in fondo. Non hanno piena coscienza. Non si rendono conto, eppure dovrebbero: sono grandi, non sono bambini, vanno a scuola, hanno famiglie che si occupano dei loro bisogni. Dov’è il guasto? Nella generazione precedente, che ha fallito il passaggio di consegne?
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Nell’eccesso di disponibilità, nella saturazione dei bisogni? Nella rabbia, nell’indolenza, dove? Hanno detto di averlo fatto per divertimento. Era il compleanno di uno di loro, festeggiavano così. De-vertere, volgere altrove: divertirsi significa distogliere la mente. Dalle fatiche quotidiane, per esempio. Quali fatiche? Faticheranno i genitori, leggo che il padre di uno dei ragazzi è un carabiniere, immagino che lavorino tutti, forse anche i nonni ancora giovani. Ma un sedicenne, che fatica fa? La fatica di vivere, certo. Come tutti, come in ogni epoca. Qui, però, c’è quella frase che disegna un tempo diverso: non avere coscienza. Come se il mondo fosse un videogioco, un film d’azione, come se non esistesse la responsabilità: le conseguenze delle cose. Zero, nessuna conseguenza, nemmeno il timore di essere scoperti. Hanno parcheggiato la minicar sotto casa. Il giorno dopo sono tornati a scuola. È tutto troppo, è tutto troppo poco.