L'infedele
Cronache da un Belpaese di ciarlatani e profeti

Le lezioni del devoto Becchi

Un paio di settimane fa, subito dopo che Repubblica aveva pubblicato una mia lunga intervista a Umberto Bossi - non proprio una mezza frase strappata con la forza - ero rimasto perplesso di fronte ad alcune reazioni critiche motivate col cattivo stato di salute del presidente a vita della Lega Nord. Tra le altre mi piace ricordare, per il suo speciale fervore etico, la nota di protesta diramata da una personalità indiscussa del nostro mondo accademico, tanto autorevole quanto generosa nel concedersi sul palcoscenico dei talk show sovranisti: il professor Paolo Becchi.

La barba bianca che ne contorna
il viso, gli dona un aspetto senile, oserei dire quasi scalfariano, e incute rispetto in me che gli sono coetaneo. È proprio da sì alta cattedra che il resoconto della mia conversazione con Bossi è stato definito niente meno che "esempio di meschinità e di grettezza". Una esecrazione che Becchi di seguito così motivava: "Utilizzare un uomo in cattive condizioni di salute per danneggiare chi ora sta guidando la Lega supera i limiti della decenza".

Trascuro altri critici, meno signorili, che mi hanno accusato di profittare della dabbenaggine di un rimbambito (come è noto l'ictus del 2004 ha menomato
il senatùr nell'eloquio ma non nelle facoltà intellettuali). Però voglio soffermarmi sulla lezione di stile inflittami dal professor Becchi perché in special modo ne apprezzo lo zelo. Lui, proprio lui, la candida testa d'uovo che prima e meglio di ogni altra seppe farsi interprete del greve verbo grillino, tanto da venir elevato a intellettuale organico dei Cinquestelle, ha dunque riscoperto all'improvviso la funzione preziosa del galateo? Come sfuggire a un esame di coscienza? Avrei forse "utilizzato" un anziano? Praticato l'arte ignobile della circonvenzione d'incapace?

Nella riflessione devo mettere idealmente di fianco il Becchi e il Bossi... fino a sovvenirmi dell'impari confronto avvenuto tra i due durante il recente congresso federale della Lega. Dove Salvini aveva invitato il professore per nobilitare con la sua scienza la malfamata nozione politica di sovranismo. La platea si era spellata le mani, se non altro per riconoscenza, quando con fatica Bossi aveva preso la parola per manifestare il suo dissenso di fronte alla svolta nazionalista della Lega. Sbadigliava e mormorava senza dissimulare il fastidio, viceversa, allorquando Becchi ha esposto le sue teorie di neofita del leghismo.

Quei ruvidi ceffi padani che un tempo non si eran lasciati intimidire neppure dal prestigio intellettuale di Gianfranco Miglio, figuriamoci se non coglievano subito la levatura dell'emulo offerto loro come succedaneo. Così ho pensato: se Becchi mi vede meschino, gretto
e indecente, forse non è questione di stile ma di devozione. Da Grillo a Salvini per uno come lui il passo è d'uopo.

Sul Venerdì del 14 febbraio 2020

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  • Copiato negli appunti https://puntoitalia.online/rubriche/l-infedele/2020/02/13/audio/le_lezioni_del_devoto_becchi-422986925/

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