Prima chi?
Gad LernerTra gli effetti collaterali della pandemia che ci affligge va registrata la simultanea confutazione dei capisaldi teorici dei sovranisti e degli europeisti. Se la destra nazionalista gongola di fronte allo spettacolo della Ue che si spezzetta, e ne ha ben donde, per converso è diventato inascoltabile qualsivoglia discorso pubblico che inizi dallo slogan "prima gli...".
Prima gli italiani? Comprate italiano? Ma fateci il piacere, nessuno andrà mai a guardare il made in di un respiratore o neanche di una mascherina, purché riusciamo a procurarceli. Fin troppo facile, poi, ironizzare sui medici cubani e cinesi accolti con sollievo nelle zone rosse di contagio, ma leghiste d'animo, della Lombardia.
La demolizione dello slogan politico più di successo degli ultimi anni - il "prima gli...", appunto, in tutte le sue possibili declinazioni: prima il Nord, prima gli italiani, prima i sardi, prima i cristiani, prima gli etero e chi più ne ha più ne metta - in tempi di sofferenza collettiva assume un significato più generale. Non solo politico ma, oserei dire, anche di natura morale.
Il presupposto del "prima gli...", infatti, è la selezione. Ma i suoi cultori e propagandisti, dopo averne fatto un uso compulsivo, non credo oserebbero mai estendere quell'idea di selezione/esclusione fino a propugnare una gerarchia di precedenze nella cura dei malati di coronavirus. L'essere costretti a scegliere, in circostanze che proprio in Lombardia sono purtroppo divenute frequenti, chi debba essere privilegiato nell'assegnazione di un posto in terapia intensiva, a scapito di chi altro, è un'incombenza che tocca ahimè ai medici (i quali ne farebbero volentieri a meno). E i criteri empirici cui si fa ricorso in questa dolorosa selezione, per quanto giustificati dalle migliori intenzioni, restano giustamente pressoché indichiarabili.
Questo imbarazzo dalla politica sanitaria si ripercuoterà su tutta la vecchia politica del "prima gli..." che ha campato per l'appunto sull'offerta di un criterio di selezione: chi deve avere più diritti, a chi spettano determinati servizi ed erogazioni dello Stato sociale. Ma davanti a una malattia potenzialmente letale, nessun politico (almeno finora) se la sentirebbe di teorizzare: curiamo prima i giovani; poi quelli di mezza età; gli anziani solo in fondo, se ne avanza.
Così come nessuno (almeno finora) se la sentirebbe di selezionare al pronto soccorso i pazienti in arrivo sulla base della loro nazionalità. Sarebbe un bel passo avanti se i sovranisti nostrani - una volta finito di riscuotere a proprio apparente vantaggio il fallimento dei tentativi di coordinamento antivirus europeo - ne traessero le conseguenze: il mondo al tempo del Covid-19 si è frantumato, è vero, ma si è anche rimpicciolito. La nostra sopravvivenza più di ieri dipende dalla nostra interdipendenza.
Sul Venerdì del 27 marzo 2020