L'infernale modello Dubai
Gad LernerOra lo abbiamo imparato: l’uomo non è un animale invincibile, il progresso tecnico-scientifico non gli garantisce di addomesticare a suo piacimento la natura. Suggerisco perciò la lettura in contropelo di un appassionante resoconto di viaggio a Dubai, la metropoli degli Emirati Arabi Uniti che ama rappresentarsi come “la città più felice del mondo” e che rappresenta la sfida estrema del capitalismo insediatosi nel luogo più inospitale della terra. Quando lo ha scritto (Dubai, l’ultima utopia, Il Mulino), l’economista Emanuele Felice di certo non poteva immaginare le conseguenze devastanti del coronavirus su tutto l’orbe terrestre, compreso quel fazzoletto desertico dove il caldo può superare i 50° e il vento soffia fino a 150 chilometri all’ora. Da abile narratore, ci attira nella trappola fingendosi infatuato dei prodigi architettonici e finanziari, delle forme ardimentose dei grattacieli e dei centri commerciali, delle soluzioni ingegneristiche che riforniscono di acqua desalinizzata e di aria condizionata quello che fino a mezzo secolo fa era poco più di un villaggio di pescatori di perle. Perfino la geografia è stata sottomessa dall’isola, dalla penisola e dalla laguna artificiale, con tanto di pista da sci ovviamente al coperto. E pazienza se ciò rende Dubai una città di spaventosa voracità energivora, nonché uno dei maggiori centri d’inquinamento mondiale. In compenso è diventata la capitale del riciclo di capitali, dove non si pagano tasse dirette né sul reddito né sui profitti.
E l’islamica Dubai, rifuggendo l’oscurantismo wahhabita dei vicini Qatar e Arabia Saudita, ama presentarsi indulgente con i costumi occidentali: chiude un occhio sul consumo di alcol e di sesso a pagamento (esclusi i gay, passibili di arresto) facendo sfavillare il lusso in ogni anfratto. Una specie di paese del bengodi, grazie al dispotismo illuminato dello sceicco Mohammed? Eccoci al dunque: gratti la crosta del benessere innaturale e scopri che Dubai non è solo il luogo della più brutale scissione fra habitat umano e natura, ma anche l’avamposto della scissione fra capitalismo e democrazia: un paradiso in cui non c’è posto per la libertà d’opinione e i diritti fondamentali. Su 3,2 milioni di abitanti, i nationals, cioè i cittadini, non superano i 300 mila. Metteteci anche i 100 mila occidentali benestanti, ma vi resteranno tagliati fuori 2,8 milioni di lavoratori immigrati dai Paesi poveri, per i quali quel paradiso è un inferno. Paghe medie di 3-400 dollari, licenziabili appena sgarrano, turni settimanali spesso di 60 ore, espulsione immediata per chi rifiuti la condizione servile. Emanuele si chiede se Dubai sia il modello del capitalismo futuro che per accumulare ricchezza dovrà fare a meno delle garanzie liberali.A meno che ci pensi prima madre natura a far esplodere quella crosta di grattacieli restituendola al deserto.
Sul Venerdì del 17 aprile 2020