Quante storie di donne. Vorrei raccontarle tutte nel giorno che vede andare a vuoto il primo attacco dei francesi finalizzato a impedire a Novak Djokovic di raggiungere la finale dello Slam d'America. Il serbo numero 1 al mondo ha infatti facilmente ragione di Jo-Wilfried Tsonga, che si ritira per infortunio all'inizio del terzo set dopo aver perso i primi due per 6-3 6-2. Venerdì il secondo blitz anti-Nole dei transalpini avrà come protagonista il veterano Gael Monfils, che nell'altro quarto di finale di ieri spegne gli entusiasmi del giovane Lucas Pouille (6-4 6-3 6-3), appagato dalla vittoria su Rafa Nadal. Per il serbo sarà la decima semifinale a Flushing Meadows in dieci anni.
Le storie che piacciono a tutti, anche a me, raccontano di chi cade e si rialza. Come quella di Caroline Wozniacki, danese, che fu numero 1 al mondo per un anno tra il 2011 e il 2012 per poi quasi scomparire dai radar sportivi anche per colpa di una clamorosa vicenda personale: l'umiliazione mediatica globale del matrimonio saltato all'ultimo giorno con il campione irlandese di golf Rory McIlroy, annunciato via sms. Poi un lento declino che l'ha via via esclusa dal novero delle migliori, fino a farla precipitare nel limbo oltre quota 70 del ranking WTA.
La semifinale degli UsOpen (dove è stata finalista nel 2009 e nel 2014) sancisce il suo ritorno tra le Top 30. Però all'orizzonte si intravedono nuove nubi. Alla vigilia della vittoria di ieri Piotr, ex buon calciatore polacco, ha detto che a fine stagione la figlia potrebbe ritirarsi, a 26 anni. Perché? "Per iniziare una nuova carriera", è stata la risposta. La verità sta altrove: persino al massimo livello, quello che ti garantisce milioni di euro l'anno tra premi e sponsorizzazioni, i sacrifici che il tennis pretende possono risultare insopportabili.
Lo testimonia la storia dell'avversaria di Caroline, Anastasija Sevastova, tanto sfortunata ieri da infortunarsi quando è alla prima risposta al servizio: scivola e si fa male alla caviglia destra. La partita (6-0 6-2) finisce di fatto lì. Cresciuta tennisticamente in Germania e Austria, a metà 2013 anche Anastasija annunciò il ritiro a causa "delle continue malattie, degli infortuni e di altri problemi. Non mi sento competitiva per uno sport così complesso". Aveva 23 anni e tornò a studiare management. Un anno dopo, in sordina, riprese a giocare in Bundesliga, la ricca serie A tedesca. Poi tanti tornei da 10mila dollari in su. Quest'anno, tornata tra le Top 100, Anastasija ha giocato le finali di Maiorca e Bucarest. Prima del guaio di ieri, a New York aveva eliminato clamorosamente Garbine Muguruza al secondo turno, poi Kateryna Bondarenko e la forte australiana-britannica Johanna Konta. Sentiremo ancora parlare di lei.
Ma le storie dei vicini di casa sono sempre le più intriganti. Va raccontata quella di Roberta Vinci nelle 46 ore e mezzo trascorse tra la vittoria di domenica e il ritorno in campo ieri per il suo quarto di finale. Tormentata dal dolore alla gamba sinistra e dall'ansia di non essere al massimo della forma, la vicecampione uscente degli UsOpen s'allena poco. "Ho sognato di svegliarmi in condizioni perfette", dice in mattinata. Invece il tendine d’Achille non le dà tregua, impedendole perfino di provare qualche soluzione tattica con il coach Francesco Cinà. Eppure quando torna nell'Arthur Ashe Arena contro la giocatrice più forte della stagione, è motivata e dà spettacolo. Una grande professionista. Perde, ma non deve angustiarsi. Se un tennista si piazza quattro volte in cinque anni tra i migliori otto degli UsOpen, merita d'essere considerato un superspecialista del DecoTurf di Flushing Meadows, che chi è cresciuto sulla terra rossa di solito odia quanto l'erba. Con un record così si diventa per definizione un campione senza se e ma.
A un anno dalla finale contro Flavia Pennetta, suo miglior piazzamento in uno Slam, Roberta lotta come sa contro Angelique Kerber. La tedesca, da lunedì - e almeno per questa settimana - numero 1 al mondo, per 54 minuti è costretta a consentire alla tarantina di sviluppare la sua trama fatta di cambi di ritmo e di peso della palla. Rischia addirittura di cedere il set quando si trova a rispondere sotto per 4-5, ma poi si prende il game spingendo come una forsennata. Un piccolo incidente chiude il set a favore di Angelique: Roberta è al servizio, sotto per 6-5 40-0, quando il giudice di linea le chiama un fallo di piede sulla seconda palla. Per quanto mi sforzi, non rammento alcunché del genere in un Slam. Il secondo set non ha storia, 6-0 in 24 minuti.
L'esclusione dalla semifinale non toglie nulla alla numero 1 d'Italia, che da oggi e per sempre va considerata al livello delle coeve Francesca Schiavone, Flavia Pennetta e Sara Errani. Lo dicono i numeri dei suoi successi: una finale di Slam in singolare, cinque titoli e tre finali di Slam in coppia con Sara, dieci tornei WTA in singolare, quattro FedCup conquistate da titolare. Se a fine anno dovesse decidere di smettere, non avrà rimorsi o rimpianti.
Twitter @claudiogiua
Le storie che piacciono a tutti, anche a me, raccontano di chi cade e si rialza. Come quella di Caroline Wozniacki, danese, che fu numero 1 al mondo per un anno tra il 2011 e il 2012 per poi quasi scomparire dai radar sportivi anche per colpa di una clamorosa vicenda personale: l'umiliazione mediatica globale del matrimonio saltato all'ultimo giorno con il campione irlandese di golf Rory McIlroy, annunciato via sms. Poi un lento declino che l'ha via via esclusa dal novero delle migliori, fino a farla precipitare nel limbo oltre quota 70 del ranking WTA.
La semifinale degli UsOpen (dove è stata finalista nel 2009 e nel 2014) sancisce il suo ritorno tra le Top 30. Però all'orizzonte si intravedono nuove nubi. Alla vigilia della vittoria di ieri Piotr, ex buon calciatore polacco, ha detto che a fine stagione la figlia potrebbe ritirarsi, a 26 anni. Perché? "Per iniziare una nuova carriera", è stata la risposta. La verità sta altrove: persino al massimo livello, quello che ti garantisce milioni di euro l'anno tra premi e sponsorizzazioni, i sacrifici che il tennis pretende possono risultare insopportabili.
Lo testimonia la storia dell'avversaria di Caroline, Anastasija Sevastova, tanto sfortunata ieri da infortunarsi quando è alla prima risposta al servizio: scivola e si fa male alla caviglia destra. La partita (6-0 6-2) finisce di fatto lì. Cresciuta tennisticamente in Germania e Austria, a metà 2013 anche Anastasija annunciò il ritiro a causa "delle continue malattie, degli infortuni e di altri problemi. Non mi sento competitiva per uno sport così complesso". Aveva 23 anni e tornò a studiare management. Un anno dopo, in sordina, riprese a giocare in Bundesliga, la ricca serie A tedesca. Poi tanti tornei da 10mila dollari in su. Quest'anno, tornata tra le Top 100, Anastasija ha giocato le finali di Maiorca e Bucarest. Prima del guaio di ieri, a New York aveva eliminato clamorosamente Garbine Muguruza al secondo turno, poi Kateryna Bondarenko e la forte australiana-britannica Johanna Konta. Sentiremo ancora parlare di lei.
Ma le storie dei vicini di casa sono sempre le più intriganti. Va raccontata quella di Roberta Vinci nelle 46 ore e mezzo trascorse tra la vittoria di domenica e il ritorno in campo ieri per il suo quarto di finale. Tormentata dal dolore alla gamba sinistra e dall'ansia di non essere al massimo della forma, la vicecampione uscente degli UsOpen s'allena poco. "Ho sognato di svegliarmi in condizioni perfette", dice in mattinata. Invece il tendine d’Achille non le dà tregua, impedendole perfino di provare qualche soluzione tattica con il coach Francesco Cinà. Eppure quando torna nell'Arthur Ashe Arena contro la giocatrice più forte della stagione, è motivata e dà spettacolo. Una grande professionista. Perde, ma non deve angustiarsi. Se un tennista si piazza quattro volte in cinque anni tra i migliori otto degli UsOpen, merita d'essere considerato un superspecialista del DecoTurf di Flushing Meadows, che chi è cresciuto sulla terra rossa di solito odia quanto l'erba. Con un record così si diventa per definizione un campione senza se e ma.
A un anno dalla finale contro Flavia Pennetta, suo miglior piazzamento in uno Slam, Roberta lotta come sa contro Angelique Kerber. La tedesca, da lunedì - e almeno per questa settimana - numero 1 al mondo, per 54 minuti è costretta a consentire alla tarantina di sviluppare la sua trama fatta di cambi di ritmo e di peso della palla. Rischia addirittura di cedere il set quando si trova a rispondere sotto per 4-5, ma poi si prende il game spingendo come una forsennata. Un piccolo incidente chiude il set a favore di Angelique: Roberta è al servizio, sotto per 6-5 40-0, quando il giudice di linea le chiama un fallo di piede sulla seconda palla. Per quanto mi sforzi, non rammento alcunché del genere in un Slam. Il secondo set non ha storia, 6-0 in 24 minuti.
L'esclusione dalla semifinale non toglie nulla alla numero 1 d'Italia, che da oggi e per sempre va considerata al livello delle coeve Francesca Schiavone, Flavia Pennetta e Sara Errani. Lo dicono i numeri dei suoi successi: una finale di Slam in singolare, cinque titoli e tre finali di Slam in coppia con Sara, dieci tornei WTA in singolare, quattro FedCup conquistate da titolare. Se a fine anno dovesse decidere di smettere, non avrà rimorsi o rimpianti.
Twitter @claudiogiua