Vi anticipo, e capirete poi perché, che non hanno vicende familiari di migrazioni alle spalle i protagonisti del match più atteso della prima giornata dei quarti di finale (nell’altro, Juan Martín Del Potro ha battuto in crescendo in quattro set John Isner, 6-7 6-3 7-6 6-2). Titolare uscente degli Us Open, Rafael Nadal affronta Dominic Thiem per la prima volta sulla superficie veloce. Sulla terra rossa il bilancio vede lo spagnolo avanti per 7-3: nelle ultime due stagioni, prima di stavolta i due si sono affrontati in otto occasioni, e nelle tre finali (Barcellona e Madrid 2017, Roland Garros 2018) ha sempre prevalso Rafa. Tra le tante rivalità del tennis, la loro costituisce dunque “el clasico” più recente.
L’austriaco domina il primo set, durante il quale Nadal fa fatica a capirci qualcosa, irretito dai servizi, i tocchi e le accelerazioni dell’avversario. Poi però il numero 8 ATP (ranking in tempo reale) subisce la solidità e l’aggressività dello spagnolo, che si guadagna di misura sia secondo, sia il terzo parziale. Il quarto set è una battaglia di un’ora e venti minuti segnata dalla rimonta e poi da due inusuali volée sbagliate di Nadal che portano al tie break, gestito in sicurezza da Thiem. Il quinto set è in perfetto equilibrio finché nel tie break uno smash fuori misura nega il passaggio alla semifinale al fidanzato della franco-serba Kristina Mladenovic (lei sì una felicissima espatriata: segnatevelo). Partita dunque massacrante, con una sequenza di punteggi che giustificano le 4 ore e 49 minuti di durata: 0-6 6-4 7-5 6-7 7-6. Nella somma dei game (28 a 26) e dei punti (171 a 165), prevale Thiem, così come nel totale dei vincenti (74 a 55) e negli ace (18 a 3). Nadal però sbaglia di meno (49 contro 57), e questo fa parecchia differenza nel tennis di oggi. Soprattutto, il maiorchino sta mettendo a punto la modalità breve degli scambi, seguendo l’esempio di Federer over 32, che funziona sempre meglio.
Con quanto mostrato in campo contro Nadal, l’austriaco si toglie di dosso definitivamente l’etichetta di terraiolo, che gli stava già stretta perché dei suoi dieci tornei vinti ce ne sono uno sul cemento, Acapulco, e uno sull’erba, Stoccarda, entrambi nel 2016. Un po’ come accadde a Nadal, che conquistò sul cemento soltanto il suo decimo trofeo da professionista, nel 2005 a Montréal. La differenza è che lo spagnolo aveva allora 19 anni mentre Thiem ne ha compiuti 25 lunedì scorso.
Perché l’Austria? Perché la Svizzera e la Serbia? Perché la Lettonia? Perché in paesi con pochi milioni di abitanti crescono tennisti di primissima fascia, dotati di maggiori qualità, in termini relativi e persino assoluti, rispetto agli italiani e persino agli americani, almeno per quanto riguarda i maschi dell'ultimo decennio? Credo che una prima risposta vada cercata nei fenomeni migratori, che non sono necessariamente quelli dei quali tanto si discute in questi mesi in Italia ed Europa. Tutti gli svizzeri più forti degli ultimi decenni, da Roger Federer a Stan Wawrinka, da Martina Hingis a Belinda Bencic, hanno famiglie con radici all'estero. La Lettonia, metà degli abitanti di Roma, ha due giocatrici nelle Top 20, Jelena Ostapenko, 21 anni, numero 10 nella classifica mondiale aggiornata a oggi, e Anastasija Sevastova, 28 anni, numero 16, entrambe con genitori trasferiti, volontariamente o con la forza, nel paese baltico da altre repubbliche sovietiche durante il regime comunista. Il tennis, sport per talenti solitari tendenzialmente egocentrici, s'addice a chi non si sente a proprio agio dove sta ed è in perenne soggezione per le limitate risorse a disposizione. È andata così anche ai tre più vincenti o promettenti giocatori made in Canada - 35 milioni di abitanti centellinati sul secondo più esteso territorio al mondo -, che sono Milos Raonic, Denis Shapovalov e Felix Auger-Aliassime, tutti con enorme gratitudine per la comunità che li ha accolti e altrettanta voglia di sfondare.
Prendiamo come caso esemplare Anastasija Sevastova, la donna del giorno a New York e a Riga perché ha eliminato nei quarti di finale di Flushing Meadows la vincitrice dell'anno scorso Sloane Stephens. Un successo clamoroso che la mette in diretta concorrenza nel cuore dei compatrioti lettoni con Jelena Ostapenko, che a vent'anni appena compiuti s'è presa nel 2017 il titolo al Roland Garros. In questa singolare gara sentimental-nazionale probabilmente prevarrà Anastasija, la cui vita non è stata facile. Quand’era bambina, racconta, "avevamo davvero poco. Forse è questo il segreto del tennis lettone (ed è anche la seconda risposta al quesito iniziale ndr). D'inverno ci allenavamo in una palestra con il pavimento di legno, d'estate in un piccolo circolo con sette campi in terra battuta. Da allora non è cambiato granché". Nel 2013 s'è ritirata dall'attività agonistica dopo una serie di gravi infortuni e ha provato a studiare marketing in Austria, ma nel 2015 ha riprovato la scalata alla classifica WTA, riuscendo agli Us Open del 2016 a fermare le teste di serie Garbine Muguruza e Johanna Konta. Nuovo exploit, sempre qui, l'anno scorso, con un altro ottavo di finale.
Davanti al pubblico dell'Arthur Ashe Stadium azzittito dai 37 gradi all'ombra, stavolta Sebastova ha disposto a piacimento dell'avversaria (6-2 6-3) raggiungendo per la prima volta la semifinale di uno Slam. Sua arma letale è risultato il ricorso frequente alle palle corte, quasi sempre irraggiungibili per la ragazza di Plantation, mai entrata in partita. In semifinale Anastasija troverà Serena Williams, che ha faticato il giusto (6-4 6-3) contro l’eterna ed eterea promessa ceca Karolina Pliskova. Sarà una partita molto combattuta.
Twitter @claudiogiua
L’austriaco domina il primo set, durante il quale Nadal fa fatica a capirci qualcosa, irretito dai servizi, i tocchi e le accelerazioni dell’avversario. Poi però il numero 8 ATP (ranking in tempo reale) subisce la solidità e l’aggressività dello spagnolo, che si guadagna di misura sia secondo, sia il terzo parziale. Il quarto set è una battaglia di un’ora e venti minuti segnata dalla rimonta e poi da due inusuali volée sbagliate di Nadal che portano al tie break, gestito in sicurezza da Thiem. Il quinto set è in perfetto equilibrio finché nel tie break uno smash fuori misura nega il passaggio alla semifinale al fidanzato della franco-serba Kristina Mladenovic (lei sì una felicissima espatriata: segnatevelo). Partita dunque massacrante, con una sequenza di punteggi che giustificano le 4 ore e 49 minuti di durata: 0-6 6-4 7-5 6-7 7-6. Nella somma dei game (28 a 26) e dei punti (171 a 165), prevale Thiem, così come nel totale dei vincenti (74 a 55) e negli ace (18 a 3). Nadal però sbaglia di meno (49 contro 57), e questo fa parecchia differenza nel tennis di oggi. Soprattutto, il maiorchino sta mettendo a punto la modalità breve degli scambi, seguendo l’esempio di Federer over 32, che funziona sempre meglio.
Con quanto mostrato in campo contro Nadal, l’austriaco si toglie di dosso definitivamente l’etichetta di terraiolo, che gli stava già stretta perché dei suoi dieci tornei vinti ce ne sono uno sul cemento, Acapulco, e uno sull’erba, Stoccarda, entrambi nel 2016. Un po’ come accadde a Nadal, che conquistò sul cemento soltanto il suo decimo trofeo da professionista, nel 2005 a Montréal. La differenza è che lo spagnolo aveva allora 19 anni mentre Thiem ne ha compiuti 25 lunedì scorso.
Perché l’Austria? Perché la Svizzera e la Serbia? Perché la Lettonia? Perché in paesi con pochi milioni di abitanti crescono tennisti di primissima fascia, dotati di maggiori qualità, in termini relativi e persino assoluti, rispetto agli italiani e persino agli americani, almeno per quanto riguarda i maschi dell'ultimo decennio? Credo che una prima risposta vada cercata nei fenomeni migratori, che non sono necessariamente quelli dei quali tanto si discute in questi mesi in Italia ed Europa. Tutti gli svizzeri più forti degli ultimi decenni, da Roger Federer a Stan Wawrinka, da Martina Hingis a Belinda Bencic, hanno famiglie con radici all'estero. La Lettonia, metà degli abitanti di Roma, ha due giocatrici nelle Top 20, Jelena Ostapenko, 21 anni, numero 10 nella classifica mondiale aggiornata a oggi, e Anastasija Sevastova, 28 anni, numero 16, entrambe con genitori trasferiti, volontariamente o con la forza, nel paese baltico da altre repubbliche sovietiche durante il regime comunista. Il tennis, sport per talenti solitari tendenzialmente egocentrici, s'addice a chi non si sente a proprio agio dove sta ed è in perenne soggezione per le limitate risorse a disposizione. È andata così anche ai tre più vincenti o promettenti giocatori made in Canada - 35 milioni di abitanti centellinati sul secondo più esteso territorio al mondo -, che sono Milos Raonic, Denis Shapovalov e Felix Auger-Aliassime, tutti con enorme gratitudine per la comunità che li ha accolti e altrettanta voglia di sfondare.
Prendiamo come caso esemplare Anastasija Sevastova, la donna del giorno a New York e a Riga perché ha eliminato nei quarti di finale di Flushing Meadows la vincitrice dell'anno scorso Sloane Stephens. Un successo clamoroso che la mette in diretta concorrenza nel cuore dei compatrioti lettoni con Jelena Ostapenko, che a vent'anni appena compiuti s'è presa nel 2017 il titolo al Roland Garros. In questa singolare gara sentimental-nazionale probabilmente prevarrà Anastasija, la cui vita non è stata facile. Quand’era bambina, racconta, "avevamo davvero poco. Forse è questo il segreto del tennis lettone (ed è anche la seconda risposta al quesito iniziale ndr). D'inverno ci allenavamo in una palestra con il pavimento di legno, d'estate in un piccolo circolo con sette campi in terra battuta. Da allora non è cambiato granché". Nel 2013 s'è ritirata dall'attività agonistica dopo una serie di gravi infortuni e ha provato a studiare marketing in Austria, ma nel 2015 ha riprovato la scalata alla classifica WTA, riuscendo agli Us Open del 2016 a fermare le teste di serie Garbine Muguruza e Johanna Konta. Nuovo exploit, sempre qui, l'anno scorso, con un altro ottavo di finale.
Davanti al pubblico dell'Arthur Ashe Stadium azzittito dai 37 gradi all'ombra, stavolta Sebastova ha disposto a piacimento dell'avversaria (6-2 6-3) raggiungendo per la prima volta la semifinale di uno Slam. Sua arma letale è risultato il ricorso frequente alle palle corte, quasi sempre irraggiungibili per la ragazza di Plantation, mai entrata in partita. In semifinale Anastasija troverà Serena Williams, che ha faticato il giusto (6-4 6-3) contro l’eterna ed eterea promessa ceca Karolina Pliskova. Sarà una partita molto combattuta.
Twitter @claudiogiua