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Jannik, l’allievo che non teme più il maestro

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Recordman mondiale in fatto di record infranti, lunedì prossimo Novak Djokovic inizierà la sua quattrocentesima settimana da capofila del ranking ATP (Roger Federer s’è fermato a quota 310, Pete Sampras a 286). Non solo: se già a fine 2021 era stato certificato come il più anziano della storia a chiudere la stagione in cima alla classifica ATP, adesso supera sé stesso con 36 anni suonati. Poi ci sono le altre decine di suoi primati che resteranno intonsi per chissà quanto. Di sicuro Jannik Sinner, classe 2001, non riuscirà in carriera a intestarseli tutti e forse nemmeno la metà o un quarto, ma prenderne uno, uno solo, prima di compiere venticinque anni è verosimilmente un suo obiettivo. Intanto continua a imparare, ed è giusto così alla sua età: “Posso solo migliorare”, dirà all’una e mezzo di notte in conferenza stampa. Una vittoria tanto sofferta e voluta ai danni di Djokovic come quella di oggi (7-5 6-7 7-6 in 3 ore e 9 minuti) gli insegna tantissimo: “Per me lui rappresenta la perfezione, dunque averlo battuto è un passaggio importante. C’ero riuscito anche con Carlos (Alcaraz ndr) quand’era numero 1, ma Nole ero abituato a vederlo soltanto in tv fino a qualche anno fa. Con lui il successo ha un altro significato”.


Per quanto riguarda il servizio, il sudtirolese mostra, nel match serale delle Nitto ATP Finals, di essere già competitivo con Djokovic. Quando poi si avviano gli scambi, il trionfatore in 24 slam, che ovviamente ha più soluzioni a disposizione, se la deve vedere con la precisione e la potenza dell’avversario. L’esperienza del coronatissimo campione viene così bilanciata dall’ispirazione cahill-vagnozziana dell’aspirante campione. Che oltretutto ottiene eccellenti percentuali positive alla risposta, di solito riserva di caccia del serbo. Nella bolgia sinneriana - peraltro senza eccessi - del PalaAlpitour servono undici giochi nel primo set per consegnare al sudtirolese la seconda occasione di break, che non sciupa: si porta sul 6-5 e il game successivo, a zero, vale come una trasformazione nel rugby.

Giocando a specchio e permanendo la prevalenza del servizio di entrambi, lo schema non cambia nel secondo parziale fino al 6 pari. Il tie break va così: punto per Sinner che risponde al servizio di Djokovic, poi S., D., D., S., D., D., S., D., D., S., D. Contateli, finisce 7-5.

Il terzo set comincia dopo 125 minuti senza pause o rallentamenti. Grazie a un formidabile diritto incrociato che gli frutta il punto sul servizio di Nole, è Sinner ad accelerare nel sesto gioco (4-2). Sembra il colpo del ko. Dall’altra parte del campo c’è però il più accreditato GOAT (Greatest Of All Times) dell’era open, uno che conosce il significato del verbo mollare in Italiano ma non l’ha mai sperimentato di persona. Così arrivano prima il controbreak e, dopo un quarto d’ora, il tie break. Ecco l’incredibile sequenza: Sinner (che serve), S., S., S., S., Djokovic, S., D., S. Cioè 7-2. Bingo, al quarto tentativo in carriera il numero 1 d’Italia ha ragione, finalmente, dell’avversario più ostico, la (sua) bestia nera che alza bandiera bianca dopo 19 vittorie consecutive visto che non perdeva dalla finale di Wimbledon contro Carlos Alcaraz, il 16 luglio.

Jannik, attenzione, non è ancora matematicamente qualificato per le semifinali, perché giovedì il confronto contro Rune non sarà d’esito scontato, mentre Djokovic rischierà poco contro il polacco Hubert Hurkacz che ha preso il posto di Stefanos Tsitsipas. Il match pomeridiano di quest’ultimo e Holger Rune era durato suppergiù un quarto d’ora a seguito del più o meno prevedibile ritiro dell’ateniese, notoriamente afflitto dal mal di schiena. Così alle 15 in sala stampa mi ero messo a sfogliare con calma l’ultimo numero - odoroso d’inchiostro - di Il Tennis Italiano, che è però il primo edito dalla Fandango Libri. Il direttore resta Stefano Semeraro, al quale il patron Domenico Procacci riconosce il merito di aver guidato il giornale in tempi procellosi e di carestia, pur incrementandone qualità e autorevolezza. Nel mio piccolo, anch’io sono stato confermato - per ora, almeno - tra i collaboratori che con orgoglio scrivono per la “rivista di tennis più antica al mondo”, come giustamente ricorda il claim sopra la testata. Oltre al formato nuovo, alla carta pregiata, ai caratteri eleganti, all’ampio ricorso ai disegni di Makkox (che firma la copertina dedicata a Boris Becker) e di Gianluca Costantini, la forza trainante dello storico periodico, che diventa bimestrale, è costituita dalle firme: Francesco Piccolo, Sandro Veronesi (sua l’intervista all’unico tedesco che è stato numero 1 ATP), Gaia Piccardi, ovviamente Semeraro e tanti altri. Nella conferenza stampa mattutina, Procacci aveva avuto modo di spiegare come a spingerlo ad acquistare il glorioso magazine sia stato il suo amore per il tennis, percepito da chiunque abbia visto in tv la sua docuserie “Una squadra”. Non c’è garanzia migliore per i vecchi e i nuovi lettori.

Pubblicato nell’agosto 1929, Il Tennis Italiano contava 32 pagine, l’editoriale d’esordio era di Antonio Tornaghi, i campioni protagonisti degli articoli di cronaca di chiamavano De Morpurgo, De Stefani, Del Bono e Serventi, il giocatore Leonardo Bonzi faceva un resoconto da Wimbledon dei Championships appena terminati, nelle ultime pagine non mancavano un cruciverba a premi e altre facezie editoriali. Dopo 94 anni di onorata testimonianza trovate in rete chi vende a 500 euro dieci annate del mensile: non i numeri usciti dal 1929 alla fatidica vigilia del conflitto mondiale bensì quelli dal 2003 al 2013. Ieri, di fatto. Dunque può persino rivelarsi un investimento cominciare a collezionare adesso una rivista del fascino e del livello del nuovo Il Tennis Italiano, che in abbonamento annuale speciale costa 47 euro fino al 31 dicembre oppure s’acquista in edicola e in libreria a 9,50 euro. Sono convinto che anche Sinner lo leggerà avidamente.

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