IL TUMORE DEL seno cambia fisionomia, grazie a una ricerca che mette a soqquadro parecchie delle certezze date per acquisite; e punta tutto sulle firme genetiche. Perché la percentuale dei tumori che contiene una mutazione analoga a quella che ha convinto Angelina Jolie a ricorrere alla mastectomia e all’asportazione dell’ovaio a scopo preventivo, quella dei geni Brca, riguarderebbe una malata su cinque. E questo potrebbe essere il punto di svolta per la terapia: contro quella mutazione ci sono già oggi farmaci che stanno regalando grandi soddisfazioni nell’ovaio, e che sono in studio anche per la mammella: i cosiddetti anti Parp. Non solo: in campo c’è una nuova tecnica che ha già permesso di capire quanto ampio sia il ruolo di Brca nella cancerogenesi di diverse neoplasie, oltre a quelle, già note, di seno e ovaio. Nello studio, pubblicato su Nature Medicine, è emerso infatto che gli errori nei geni della famiglia Brca sono molto più diffusi di quanto si pensasse. Uno degli autori è il campano Sandro Morganella che lavora al Wellcome Trust Genome Campus di Cambridge, in Gran Bretagna, e lì ha messo a punto l’algoritmo innovatore che interpreta le cosiddette firme. «Le firme mutazionali - spiega il ricercatore - sono gruppi di mutazioni che possiamo associare a situazioni specifiche. Si pensi a una casa esposta agli agenti atmosferici: il so sbiadisce il colore, il vento rovina il tetto, la pioggia infiltra le finestre. Lo stesso avviene nel Dna: cause diverse provocano mutazioni peculiari, riconoscibili. Quindi, così come in una casa con il tetto danneggiato ma il colore integro è più fragile il tetto, e va riparato prima del resto, un insieme di piccole alterazioni ci dice che un certo Dna ha un’elevata probabilità (o meno) di mutare proprio in Brca. Il nostro test fornisce quindi un dato probabilistico, ma molto accurato». Fino a oggi, chiarisce infatti Morganella, si cercava la mutazione del singolo gene Brca. Un metodo costoso, lento e impreciso. Del resto, che qualcosa non tornasse nella visione tradizionale delle mutazioni Brca lo si era già intuito vedendo che nell’ovaio, le forme mutate arrivano al 20-25%, e non sono solo quelle ereditarie (fino al 5% del totale); questo significa che ci sono molti tumori che, pur sviluppandosi in persone che non hanno alcuna storia familiare di tumori al seno o all’ovaio, hanno ugualmente Brca mutato. Insomma, il ruolo di Brca nella cancerogenesi è molto più complesso di quanto si pensasse. Tanto che studi preliminari ne stanno dimostrando il coinvolgimento in un tumore alla prostata su dieci e, in base a quanto osservato dal gruppo dello stesso Morganella, anche nelle neoplasie del pancreas: non si tratta cioè di una specificità della mammella o dell’ovaio, ma di una condizione che probabilmente è presente almeno in una certa quota di tutti i tumori. «Questa è la domanda cui vogliamo dare risposta, a cominciare dai tumori del rene e del colon, sui quali ci stiamo concentrando ora», commenta Morganella. In teoria l’approccio delle firme è applicabile a qualunque tipo di cancro. «Noi - aggiunge lo studioso - abbiamo reso disponibili tutte le informazioni necessarie per applicare l’algoritmo, affinché tutta la comunità scientifica ci aiuti a verificare il maggior numero possibile di forme tumorali». Anche i clinici devono fare la loro parte, e cioè verificare se i farmaci anti Parp quali l’olaparib, disponibile anche in Italia, oggi indicati per il carcinoma ovarico, funzionano anche nel caso di quello mammario Brca positivo. Se così fosse, molte pazienti che oggi non rispondono alle terapie classiche potrebbero presto avere a disposizione una nuova famiglia di farmaci molto efficaci, come si è visto nell’ovaio, dove la sopravvivenza, nelle forme avanzate positive per Brca, è passata da poche settimane a 1-2 anni a seconda di alcune caratteristiche genetiche e cliniche. E le prime conferme ci sono già anche per i tumori mammari che non rispondono alle terapie mirate oggi presenti sul mercato.