BARCELLONA - Freddo, vento, umidità: condizioni climatiche che possono risultare sgradevoli a prescindere, ma che sembrano anche aumentare il rischio di eventi cardiovascolari gravi. Lo mettono in luce due studi presentati al Congresso della Società Europea di Cardiologia a Barcellona, all'interno di una sessione dedicata al modo in cui le condizioni ambientali influiscono sulla salute del cuore. Il primo arriva dall'Università di Milano, fatto in collaborazione con l'Istituto Clinico Humanitas: obiettivo dei ricercatori italiani era quello di verificare se la maggiore incidenza di sindromi coronariche acute durante l'inverno fosse determinata anche dalle condizioni meteorologiche (temperature, grado di umidità) della stagione. Per stabilire una eventuale correlazione, i ricercatori hanno esaminato i ricoveri per cardiopatia ischemica negli ospedali di Roma e Milano tra il 2010 e il 2014, verificando contemporaneamente le condizioni climatiche di quel periodo grazie ai dati delle stazioni meteorologiche delle due aree metropolitane. Risultato: nei cinque anni esaminati, i ricercatori hanno identificato oltre 93 mila ricoveri per eventi cardiovascolari, trovando una correlazione significativa per l'infarto del miocardio (ma non per l'angina instabile) con le basse temperature: più freddo, insomma, maggior numero di ospedalizzazioni. “Sulla base di queste osservazioni – dicono i ricercatori – possiamo immaginare che una riduzione dell'1 per cento nelle temperature generi un aumento di sindromi coronariche acute del 4 per cento a Milano e del 5,4 per cento a Roma”. I dati italiani sono confermati anche da un secondo studio presentato questa mattina, e condotto dal Dipartimento di Cardiologia dell'Università di Lund, in Svezia. Lo studio, durato sedici anni, ha esaminato oltre 280 mila pazienti alla ricerca di una correlazione tra condizioni climatiche e infarto. “Sapevamo che c'è una variazione stagionale nell'occorrenza di infarto, con una incidenza minore in estate e una maggiore in inverno”, dice Moman Mohammad che ha partecipato all'analisi, “ma non era chiaro se questa differenza fosse dovuta alle temperature più rigide o a cambiamenti nello stile di vita”. Così i ricercatori hanno esaminato i dati relativi al registro nazionale degli infarti (Swedeheart) correlando anche in questo caso il numero degli eventi alle condizioni atmosferiche delle diverse giornate. I risultati, come si diceva, confermano quelli italiani: il numero medio di infarti al giorno era significativamente più alto nelle giornate più fredde rispetto a quelle più calde. Questo si traduce – dicono gli svedesi – in quattro infarti in più al giorno quando la temperatura è inferiore allo zero rispetto a quando sale oltre i dieci gradi centigradi. Inoltre l'occorrenza di infarti aumentava in relazione alla velocità del vento, alle ore di buio e all'umidità nell'aria. Le ragioni di questo aumento, spiegano i ricercatori, sono abbastanza evidenti: quando fa freddo, l'organismo risponde con la vasocostrizione, che comporta un aumento della pressione sanguigna, con brividi e aumento della frequenza cardiaca per aumentare la temperatura corporea. Negli organismi sani – dice Mohammad, questi meccanismi di difesa sono ben tollerati. Ma in persone a rischio (con placche nelle coronarie) tutto questo può scatenare l'infarto. Se a questo si aggiunge la maggiore incidenza di influenza e infezioni del tratto respiratorio, e la vita più sedentaria che si fa quando fa freddo, appare chiaro come l'inverno sia una stagione più critica per il cuore.