Salute

Tra medico e paziente, l’amico che traduce le parole del dolore

Tra medico e paziente, l’amico che traduce le parole del dolore

Il libro “Avrai sempre la mia voce” di Linda De Luca parla dell’interprete medico, che dà voce a chi non sa farsi capire

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Esistono professioni di cui si parla poco ma che significano molto, per gli altri e per sé stessi. Quella di chi traduce i dialoghi tra medico e paziente è una di queste. Un lavoro delicatissimo, al crocevia tra linguaggio e dolore, che richiede grande capacità di adattamento e chiama in causa, oltre al proprio sapere, anche il proprio essere, la propria intelligenza relazionale e capacità di empatia. Non solo. È un lavoro che ti riempie. Fare l’interprete medico significa svolgere una funzione decisiva di inclusione, ma, intanto, nutrirsi di storie dalla profondissima umanità, tenendosi sempre in bilico tra neutralità e partecipazione.

Il racconto della relazione umana

Di tutto questo parla “Avrai sempre la mia voce” di Linda De Luca (Bollati Boringhieri), racconto in prima persona di una vita di pellegrinaggi da un ospedale all’altro per garantire l’agibilità primaria di ogni relazione umana: la comunicazione. È un libro in cui si impara molto e altrettanto ci si commuove, perché le barriere linguistiche, a maggior ragione davanti a una brutta bestia emotiva com’è la gestione della malattia, sono sinonimo di solitudine, creano diffidenza, funzionano da moltiplicatori di ansia.

Immaginate voi stessi di dover affrontare gli alti e bassi di una cura, vivendo in un Paese del quale non parlate la lingua, ascoltando dai medici parole che non capite e che per questo fanno ancora più paura. L’esperimento parla da sé, non c’è bisogno di aggiungere altro per attribuire la giusta importanza a chi fa del superamento di queste barriere una professione. O una missione, si direbbe.

Linda De Luca, che è anche traduttrice di Grey’s Anatomy, ha lavorato a lungo negli ospedali di New York e custodisce un bagaglio di incontri tanto toccanti quanto istruttivi della complessità del proprio lavoro.

Le regole da infrangere

È lei stessa ad avvertire: “Le regole sono importanti, ma esistono circostanze che giustificano l’infrazione. Perché, se i protocolli dell'interpretariato in corsia sono rigidi (nessuna intromissione nella vita privata del paziente e nel suo rapporto con il medico), le cose della vita lo sono molto meno, soprattutto quando c’è in ballo un bene prioritario come la salute”. Si chiama “advocacy”, ossia la “deroga” dalle proprie funzioni tecniche di “traduttore puro” nel momento in cui si nota che salute, sicurezza o dignità di una persona hanno bisogno del proprio intervento personale.

Un esempio banale: cosa fare quando un paziente ti dice qualcosa, ma chiede di non tradurlo al medico? Arduo dilemma, che si può sciogliere solo caso per caso. Ancora: come comportarsi se si viene a conoscenza di informazioni importanti dal paziente in sala d’attesa? Teoricamente, non andrebbero riferite al personale medico, ma il buon senso suggerisce altro. E lo stesso può valere per la qualità delle relazioni con i familiari del malato, con i quali, spesso, si parla più che con il malato stesso, oppure per un pensierino fatto alla ragazzina in attesa della chemioterapia.

L’interpretariato medico

"Quando partecipai al corso di interpretariato medico – scrive De Luca – mi fu chiaro fin da subito che il focus non fosse propriamente o solo la terminologia medica, ma che avrei dovuto imparare a sviluppare doti più profonde”. Sì, perché mettere a memoria lo sterminato glossario della Sanità degli Stati Uniti non offre alcuna garanzia di riuscire a parlare davvero con chi è straniero, spaventato oppure sofferente.

I dispositivi grammaticali non bastano, ci vuole la lingua, che è molto di più di un sistema di regole. E dalla lingua all’umanità il passo è breve, soprattutto nelle situazioni più estreme, quando si traducono parole, ma intanto si governano forti emozioni. Accade in sala operatoria, nei reparti oncologici o negli istituti psichiatrici, dove ci si trova davanti a una doppia traduzione, essendo il linguaggio della malattia mentale di per sé straniero, come quello di un’anziana donna calabrese nel Bronx, afflitta da depressione psicotica.

In soccorso a chi non sa farsi capire

Le storie che racconta De Luca sono, per forza di cose, avventure di migranti, vecchi e nuovi, e ciascuna di esse, oltre a condurci per mano nella vita vissuta di tante famiglie, ci illumina sulle strumentalizzazioni di un discorso mainstream, nel quale la connessione straniero-salute viene stabilita soltanto in ingresso, per il timore di presunti contagi o malattie infettive. Passa, invece, sotto silenzio l’enorme difficoltà di chi si ammala in un luogo dove non può capire e farsi capire, come se il suo corpo estraneo non avesse anch’esso bisogno di cure e di cura.

Ecco, allora, che la parola “voce” del titolo, ammiccando all’etimologia di “advocacy”, diventa un’arma contro il pericolo di inedite forme di esclusione, una voce che non soltanto parla, soccorre. E, se è vero che “tradurre”, dal latino “traducere”, significa “portare oltre”, il lavoro di chi traduce in un ospedale la lingua del dolore ci ricorda che comunicare significa esistere e, per un malato, soprattutto resistere. Anche grazie alla parola.