"I genitori di ieri erano solidi: poche certezze, ma scolpite nel granito. Quelli di oggi, invece, sono liquidi, proprio come la società descritta da Zygmunt Bauman: l’unica certezza è che non abbiamo più certezze". Stefano Rossi è tra i più noti psicopedagogisti italiani, da poche settimane in libreria con il suo ultimo libro, Genitori in ansia (Feltrinelli editore), una sorta di risposta alla Generazione ansiosa di Jonathan Haidt, quella dei ragazzi nati dal 1995 in poi.
Rossi ribalta il punto di vista: è vero, la salute mentale degli adolescenti di oggi è in pericolo (secondo l’ultimo rapporto Unicef, un adolescente su sette a livello mondiale ha un disturbo mentale diagnosticato, di cui ansia e depressione rappresentano il 40% delle diagnosi), ma non si tratta solo dei ragazzi. “I mercati, la pace, l’imprenditore come il libero professionista: siamo tutti in preda a un’ansia figlia dello sgretolamento del futuro. Le vulnerabilità dei bambini sono spesso lo specchio delle paure che tormentano questa generazione di genitori”.
Un tempo ci si fidava del medico, al massimo si seguivano i consigli dei più anziani. Oggi c’è il pediatra, ma anche Google, l’influencer, il video su YouTube, ChatGpt. Quanto influisce tutto questo sull’ansia di madri e padri?
“La bulimia informativa ha dei pro (siamo più informati) e dei contro (siamo più allarmati). In realtà credo che tante fonti, anche quelle social, che si occupano di pediatria, pedagogia, psicologia, possono fornire delle risposte che aiutano i genitori a tranquillizzarsi. Il problema sta nell’orientarsi: molti personaggi sono popolari, ma privi di formazione specialista. Per esempio c’è il fenomeno delle mamme coach: raccontano il loro metodo sfruttando l’empatia con le altre madri, ma spesso fanno dei collage psicoeducativi piuttosto problematici. Sicuramente nascono in buona fede, ma possono essere pericolosi”.
Quali suggerimenti per scegliere una buona fonte?
“Due. Il primo: cercare professionisti che lavorano attualmente con bambini e adolescenti. Ci sono esperti che parlano di ragazzi e non vedono in consulenza un adolescente da 40 anni. Eppure i giovani di oggi sono diversi da quelli di ieri: vivono in una società ossessionata dalla prestazione e si confrontano con il sistema dell’ansia e dell’inadeguatezza. Il secondo, più soggettivo: ascoltare esperti che vogliono bene ai ragazzi. Chi ama gli adolescenti adotta uno sguardo più profondo per cercare di capirli”.
Lei parla di ansie figlie del nostro tempo, e poi di altre, ancestrali. Quali sono le più diffuse?
“Una è la perdita del figlio, tipica delle madri. Qui il rischio è di diventare iperprotettivi, un genitore “scudo” o “ansiolitico”, che non comprende come una quota di fatica e di asperità sia fondamentale per forgiare le ali del figlio. Il risultato sono giovani laureati che vanno al colloquio di lavoro con mamma o papà, perché senza il genitore che funziona da ansiolitico non sanno regolare le loro emozioni”.
Come evitare che accada?
“A chi è troppo iperprotettivo suggerisco di imparare, metaforicamente, l’arte giapponese del Kintsugi, che consiste nel riparare i vasi di ceramica rotti con l’oro. Nella vita di tutti i giorni significa chiedersi: da questo problema (un rifiuto, un fallimento, un insuccesso) quale oro può fiorire nel cuore di mio figlio? Cosa può imparare se io non lo proteggo? Vedere l’apprendimento a lungo termine può aiutare un genitore ansiolitico a stare accanto al figlio senza schermarlo”.
Qual è invece la paura ancestrale dei padri?
“Sempre a livello inconscio, essere sostituiti dal figlio. E questo porta molti papà ad avere quello che io chiamo il complesso di Achab: fuggire dalle responsabilità, allontanarsi dalla famiglia e cercare la felicità cacciando Moby Dick, metaforicamente la carriera o altre sfere sociali. Il rischio è diventare un genitore assente”.
Come rimediare?
“A chi fatica ad essere presente, suggerisco di fare il memento mori, non in chiave depressiva, ma rigenerativa, chiedendosi: se fossero i miei ultimi giorni dedicherei più tempo alla mia famiglia e meno a me stesso? La consapevolezza di essere mortali, non deprime la vita, ma le dona profondita?”.
Come si fa a non trasmettere un’ansia che si prova quotidianamente? “Il nostro cervello sociale è un sistema aperto: in famiglia il contagio emotivo è frequentissimo, anche senza parole. Per ridurlo, il primo passo è lavorare su se stessi, imparando a distinguere le ansie amiche - quelle razionali, che ci proteggono - da quelle nemiche - irrazionali e catastrofiche. È ciò che chiamo “vista del cuore”: la capacità di guardare alle proprie emozioni e a quelle dei figli con empatia e discernimento, insegnando loro a fare lo stesso. Faccio un esempio: se un adolescente dice “vado al parco con gli amici”, un genitore ansioso potrebbe rispondere “no, resta a casa”. La vista del cuore in questo caso significa chiedersi: questa paura aiuta davvero mio figlio o serve solo a proteggere me? Andare al parco è un’esperienza sociale sana, necessaria alla crescita. Diverso è se il figlio vuole prendere un treno tardi la sera: in quel caso la paura è razionale, e il genitore può condividerla, trasformandola in un’occasione educativa (“capisco la tua voglia di libertà, ma è importante anche la sicurezza”). L’obiettivo è insegnare ai figli a pensare, non spaventarli o lasciarli soli”.
Molti genitori vanno in crisi quando il figlio entra nell’adolescenza.
“L’adolescenza è la fine dell’Eden: il momento in cui il bambino non è più bambino, “mangia la mela” e inizia a trasgredire. Dovremmo esserne felici, perché significa che sta nascendo la sua individualità. Ma per un genitore è difficile: vive un lutto, non ritrova più il figlio di prima. Il segreto è trovare un equilibrio tra il continuare a vigilare e il lasciarlo andare. Molta della rabbia adolescenziale nasce proprio dal fatto che il genitore ansioso vuole trattenere il figlio dentro l’Eden, impedendogli di crescere".
Alcuni genitori controllano il proprio figlio attraverso la condivisione della posizione tramite Gps. È un’abitudine sana?
“Dipende dal contesto. In generale, non riduce l’ansia del genitore, ma la amplifica. Si rischia di sviluppare una sorta di rituale ossessivo-compulsivo, in cui si deve continuamente controllare per sentirsi tranquillo. Poi certo, in alcuni casi, ad esempio in città complesse o in situazioni specifiche, può essere utile. Ma la domanda chiave resta: questo controllo serve davvero alla sicurezza di mio figlio o solo alla mia ansia?”.
Un’altra grande preoccupazione è non sapere cosa fanno i figli online o chi sono quando si chiudono in camera.
“Questa è un’ansia amica. È giusto preoccuparsi, perché fino ai dieci anni lasciare un bambino solo nel mondo digitale è rischioso. Dagli undici-dodici in poi, dipende dalla sua maturità. Nel libro propongo la “digital box”: una scatola in cui riporre il cellulare la notte, durante i pasti e i compiti, e almeno un’ora e mezza prima di dormire. Il sonno, per un cervello in crescita, è fondamentale. Ma la regola deve valere anche per i genitori. E poi suggerisco un vero e proprio “contratto digitale” genitori-figlio: stabilire insieme limiti orari e ricordare che il tempo online non deve sostituire le esperienze reali, come scuola, amicizie, sport, passioni”.
Educazione sessuale: perché resta un tabù?
“Perché genera stress, e allora adottiamo la “sindrome dello struzzo”: non ne parliamo. Il risultato è che molti adolescenti cercano risposte nella pornografia, assimilando modelli tossici, come l’uomo dominante e la donna sottomessa. Per superare il pudore, invito i genitori a partire dall’educazione affettiva: dialogare su cosa significa amare, rispettare, prendersi cura. Parlare di consenso, dei confini, del diritto di dire di no. Nel mio libro Sentimenti maleducati ho proposto alcune metafore per aiutare i genitori a introdurre questi temi in modo naturale. Vedo sempre più coppie giovanissime che vivono relazioni simbiotiche e faticano a lasciarsi: cercano nell’altro una stampella per reggersi. Ma se questo schema nasce a quindici anni, diventa difficile spezzarlo da adulti”.
È giusto discutere davanti ai figli della loro educazione?
“Meglio di no. Oggi i bambini vivono le discussioni come potenziali segnali di separazione, perché conoscono molti coetanei con mamma e papà divorziati o separati. Mi è capitato di seguire bimbi di nove anni convinti che i genitori si sarebbero lasciati solo perché li avevano sentiti discutere su chi dovesse andarli a prendere a scuola. Una coppia dovrebbe confrontarsi in privato. Dopotutto se i piloti litigano su come atterrare davanti ai passeggeri, i passeggeri si spaventano”.