Salute

Allergie, con il cambiamento climatico arrivano prima

Allergie, con il cambiamento climatico arrivano prima

L’aumento delle temperature e dell’anidride carbonica provocano una maggiore durata e intensità delle pollinazioni: e anche i sintomi diventano più acuti

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Starnuti e occhi gonfi arrivano prima: la correlazione tra cambiamento climatico e aumento delle patologie allergiche respiratorie è sempre più evidente. E non è soltanto una sensazione. Negli ultimi anni diversi studi scientifici hanno confermato che l’aumento delle temperature e della concentrazione di CO₂ nell’atmosfera sta modificando tempi, durata e intensità delle pollinazioni. Una trasformazione che molti pazienti hanno già sperimentato sulla propria pelle: primavere più lunghe, sintomi più intensi, stagioni allergiche meno prevedibili. .

Primavere anticipate, stagioni più lunghe

Le stagioni polliniche non sono più quelle di una volta. La primavera tende a iniziare prima e a finire più tardi, allungando di settimane – talvolta di mesi – il periodo in cui chi soffre di rinite allergica o asma si trova a convivere con i sintomi. Ma l’aumento della CO₂ e delle temperature non incide solo sul calendario: influisce anche sulla quantità di pollini rilasciati. Concentrazioni più elevate di anidride carbonica stimolano la crescita delle piante e favoriscono una maggiore produzione di allergeni. Il risultato è una combinazione sfavorevole: stagioni più lunghe e cariche allergeniche più pesanti. Anche le temperature autunnali più miti giocano un ruolo, perché ritardano la fine delle pollinazioni e riducono i periodi di tregua per i pazienti.

Non solo pollini: il caso Alternaria

Accanto ai pollini, anche alcuni allergeni fungini risentono del clima che cambia. Uno studio pubblicato su Nature – condotto dall’Istituto Nazionale di Salute del Pakistan e dall’Università di Islamabad – ha analizzato per vent’anni (2004-2023) l’andamento delle spore aerodisperse di Alternaria, una muffa molto diffusa nell’area mediterranea e tra le principali responsabili di riacutizzazioni asmatiche.

La stagione delle spore, generalmente compresa tra marzo e ottobre con picchi tra aprile e agosto, ha mostrato variazioni significative nelle date di inizio e fine, con differenze anche di oltre un mese da un anno all’altro. Temperatura e CO₂ risultano tra i fattori più strettamente correlati all’aumento delle concentrazioni in aria. Un dato che conferma come il cambiamento climatico possa amplificare l’esposizione complessiva agli allergeni respiratori, ben oltre i soli pollini.

Per chi è allergico, le conseguenze sono concrete. “Un periodo di esposizione più ampio significa una durata maggiore dei sintomi e una più alta probabilità di manifestazioni cliniche”, spiega Fulvia Marengo, responsabile dell’allergologia della Città della Salute e della Scienza di Torino. “Concentrazioni più elevate possono tradursi in disturbi più intensi e persistenti”. Se la rinite allergica incide soprattutto sulla qualità della vita – con starnuti, ostruzione nasale, disturbi del sonno e difficoltà di concentrazione – l’asma rappresenta una condizione clinicamente più seria. “Nei pazienti non adeguatamente controllati”, prosegue l’allergologa, “l’aumento e il prolungamento dell’esposizione possono favorire vere e proprie riacutizzazioni, talvolta con necessità di ricorso alle cure ospedaliere”.

Il vaccino

La soglia capace di scatenare i sintomi varia da persona a persona e dipende dalla gravità della patologia e dal livello di controllo raggiunto. Per questo è fondamentale una terapia personalizzata. “La gestione può prevedere antistaminici, corticosteroidi nasali, terapie inalatorie e, nelle forme asmatiche, associazioni con broncodilatatori e cortisonici per via inalatoria”, spiega Marengo. Ma il punto chiave, sottolinea, è un altro: “La vera terapia in grado di modificare la storia naturale della malattia allergica respiratoria è l’immunoterapia specifica, il cosiddetto vaccino antiallergico”. L’immunoterapia agisce sul meccanismo immunologico alla base dell’allergia e riduce l’infiammazione delle mucose, ma va proseguita per almeno tre anni per ottenere un effetto stabile. Idealmente si inizia prima della stagione pollinica, così da arrivare preparati al periodo di maggiore esposizione. “Per molte allergie da inalanti, chi non ha ancora iniziato il percorso è ancora in tempo: avviare l’immunoterapia ora può contribuire a ridurre significativamente i sintomi nei mesi prossimi”, precisa Marengo.

L’informazione ambientale come alleata

“In un contesto climatico in evoluzione, anche la prevenzione cambia”, sottolinea Marengo. I calendari pollinici degli ultimi anni risultano diversi rispetto al passato, e con essi va aggiornata anche la programmazione delle terapie.

Le informazioni in tempo reale sulle concentrazioni di pollini possono diventare uno strumento concreto di gestione quotidiana. In un’area come quella mediterranea, dove le condizioni climatiche favoriscono stagioni polliniche prolungate e intense, “la combinazione tra monitoraggio ambientale, terapie personalizzate e interventi precoci diventa la chiave per ridurre l’impatto di allergie e asma sulla salute pubblica”, conclude l’allergologa.