Un virus marino che colpisce gli occhi sino a provocare cecità: per la prima volta si guarda a un patogeno in grado di attaccare direttamente l’essere umano, per la prima volta si parla di salto di specie. Lo fa un nuovo studio firmato dal team di ricerca del Laoshan Laboratory (Qingdao-Cina), e pubblicato su Nature Microbiology, che ha individuato un legame tra una malattia degli occhi, la uveite anteriore virale ipertensiva oculare persistente (Poh-vau), le cui cause non erano ancora note, e il nodavirus (Cmnv) di origine acquatica, un virus tipico di pesci e invertebrati marini.
Dietro a tutto ciò ci sarebbero i cambiamenti climatici e l'aumento delle attività umane in territori fino a poco tempo fa incontaminati che stanno aumentando il rischio di trasmissione di virus dalla fauna selvatica all'uomo. Una scoperta interessante secondo il virologo Fabrizio Pregliasco, direttore sanitario dell’ospedale Galeazzi Sant’Ambrogio di Milano. Con un’avvertenza: “Il dato rilevante è che un virus finora considerato tipico degli ambienti acquatici, come il Cmnv, sia stato associato a una patologia oculare nell’uomo - dice Pregliasco -. Tuttavia, è importante sottolineare che si tratta di uno studio ancora iniziale: l’associazione è forte, ma non definitiva sul piano causale, e serviranno ulteriori conferme epidemiologiche e cliniche”.
Così il virus entra in contatto con l’uomo
Entrando nel merito, la ricerca ha confermato "l'infezione da nodavirus nei tessuti oculari e la sieroconversione in 70 pazienti affetti da Poh-vau", aggiunge l’esperto. Sarebbe la prima dimostrazione di questa associazione, considerata dagli esperti un possibile segnale di salto di specie del virus marino. Un fenomeno conosciuto con la definizione di spillover, che si traduce nel passaggio di un agente patogeno da una specie animale all’uomo. Quando ci riferiamo al nodavirus, l’ambiente in cui il microrganismo circola è quello degli ecosistemi marini. Così può entrare in contatto con gli esseri umani attraverso due principali modi di esposizione: la manipolazione di animali acquatici e il consumo di frutti di mare crudi. I ricercatori hanno infatti dimostrato che “la frequente lavorazione non protetta di animali acquatici e il consumo di animali acquatici crudi sono gli eventi di esposizione comunemente segnalati, rappresentando complessivamente il 71,4% dei casi esaminati”.
Infettate cellule di mammifero
Non è tutto qui. Durante la ricerca svolta in laboratorio, il virus si è dimostrato in grado di infettare cellule di mammifero. Nei modelli animali (come i topi) avrebbe provocato danni ai tessuti oculari e un aumento della pressione intraoculare. Il quadro in cui il lavoro cinese si inserisce è quello di un contesto più ampio, in cui i cambiamenti climatici e l'aumento delle attività umane in territori fino a poco tempo fa incontaminati stanno incrementando il rischio di trasmissione di virus dalla fauna selvatica all'uomo.
“La segnalazione che emerge da questo studio è sicuramente interessante e merita attenzione, ma va letta con il giusto equilibrio - sottolinea Pregliasco -. Non siamo di fronte a un’emergenza, bensì a un possibile nuovo esempio di spillover, cioè di salto di specie, un fenomeno che conosciamo bene e che è alla base di molte infezioni emergenti”. I sintomi della uveite anteriore virale Le conseguenze che questo virus marino provoca sulle persone ricordano quelle provocate da un glaucoma.
La uveite anteriore virale ipertensiva oculare persistente si manifesta con sintomi come dolore, arrossamento, fotofobia e visione offuscata. In sostanza una grave infiammazione e una pressione intraoculare pericolosamente elevata che può portare a danni permanenti alla vista e alla cecità. La trasmissione sembra essere principalmente legata alla manipolazione o al consumo di frutti di mare crudi, con la maggior parte dei casi che coinvolgono individui che hanno lavorato a stretto contatto con specie acquatiche.
Ciccozzi: “Infezione che lascia perplessi”
Ma occorre essere prudenti quando si parla di possibile salto di specie. Qualche perplessità la avanza Massimo Ciccozzi, professore di Epidemiologia e Statistica medica dell'Università Campus Bio-Medico di Roma, che evidenzia come si sia in presenza “non tanto di un salto di specie, quanto di un’infezione trasmessa tra specie diverse”. In aggiunta Ciccozzi pone una domanda: “Questo tipo di infezione c’era anche prima o è cosa nuova?”. Dal punto di vista della sanità pubblica, poi, sia Ciccozzi che Pregliasco, suggeriscono un duplice messaggio. “Da un lato questo evento rafforza l’importanza della sorveglianza delle zoonosi, anche in contesti meno considerati come quello ittico - sottolineano -. Dall’altro, richiama a comportamenti prudenti ma già noti: attenzione nella manipolazione di prodotti ittici crudi e rispetto delle norme igieniche”. “In sintesi - concludono gli esperti - non c’è motivo di allarme per la popolazione generale, ma è un segnale da non sottovalutare per la comunità scientifica, perché ci ricorda quanto sia dinamica l’interazione tra uomo, ambiente e agenti infettivi”.