L’abbronzatura artificiale non si limita a scurire la pelle: la riscrive a livello molecolare. Uno studio pubblicato su Science Advances dalla Northwestern Medicine e dall’Università della California di San Francisco ha dimostrato per la prima volta come i lettini solari producano mutazioni del DNA associate al melanoma su quasi l’intera superficie cutanea, un danno molto più esteso di quello provocato dalla luce solare naturale.
Quasi il triplo del rischio
Il team guidato dal dermatologo Pedram Gerami ha analizzato le cartelle cliniche di circa seimila pazienti, metà dei quali utilizzatori regolari di lettini. Il melanoma è stato diagnosticato nel 5,1% degli esposti contro il 2,1% dei controlli: anche dopo aver corretto per età, sesso, scottature e familiarità, il rischio restava 2,85 volte più alto. I tumori comparivano più spesso in zone normalmente protette dal sole, come la parte bassa della schiena e i glutei.
“Nella stragrande maggioranza dei casi la sede principale del melanoma per l’uomo è il dorso, mentre per le donne sono le gambe”, spiega Marco Rubatto, dermatologo oncologo dell’IRCCS di Candiolo. “Tuttavia, circa il 10% dei melanomi si localizza in sedi non esposte, come la coroide o la pianta del piede, e ha molto spesso una derivazione non prettamente legata all’esposizione cronica ai raggi UV, bensì una componente di tipo genetico”.
La firma molecolare e le vie del danno
I ricercatori hanno sequenziato il DNA a singola cellula di 182 melanociti prelevati da tre gruppi di donatori. Le cellule degli utilizzatori di lettini presentavano quasi il doppio del carico mutazionale rispetto ai controlli. Dato ancora più sorprendente: mentre l’esposizione solare colpisce circa il 20% della superficie cutanea, nei soggetti esposti ai lettini le mutazioni erano distribuite su quasi tutto il corpo.
Lo studio conferma su scala genomica ciò che la ricerca di base aveva delineato dalla fine degli anni Novanta. “Il gruppo di Margaret Kripke identificò per primo le mutazioni da UVB a carico del gene P53, un oncosoppressore: se viene inattivato, la cellula danneggiata non va più in apoptosi e si riproduce portando con sé il danno”, spiega Alessia Pacifico, dermatologa dell’IFO Irccs San Gallicano di Roma. L’UVA, componente predominante nei lettini, agisce invece attraverso lo stress ossidativo.
“La via finale è la stessa, ma con i lettini prendiamo solo quella lunghezza d’onda, a concentrazioni più elevate e quindi più dannose. L’UVA è stato molto coinvolto nell’insorgenza del melanoma”, prosegue Pacifico.
Giovani fuori, vecchi nel DNA
Gli utilizzatori di lettini tra i 30 e i 40 anni presentavano un numero di mutazioni superiore a quello della popolazione generale tra i 70 e gli 80. Come ha sottolineato Hunter Shain, autore senior dello studio, una volta che una mutazione si è verificata non è possibile invertirla. “Soprattutto negli under 50, l’esposizione non protetta riveste un ruolo di primaria importanza”, concorda Rubatto.
L’OMS classifica i lettini come cancerogeni di gruppo 1, la stessa categoria del fumo e dell’amianto. In Italia l’uso è vietato ai minori dal 2011, ma l’accesso resta libero per gli adulti. Rubatto registra però un’inversione di tendenza: “Tra i giovani la moda è un po’ passata, c’è maggiore sensibilità”.
Il caso italiano
Il melanoma è il terzo tumore più diffuso in Italia sotto i 50 anni. Torino detiene il primato di diagnosi: circa 19 casi l’anno ogni 100.000 abitanti, contro una media nazionale di 12. L’Aiom, nel rapporto sui numeri del cancro in Italia 2025, registra 12.941 nuove diagnosi annue: il 6% familiare, il resto legato a fattori di rischio come “l’esposizione solare intermittente, le scottature in giovane età e l’uso dei lettini abbronzanti”, riassume Rubatto.
Chirurgia, immunoterapia e sopravvivenza
Se il quadro delle cause allarma, quello delle cure offre ragioni di fiducia. “Noi asportiamo un numero crescente di melanomi identificati precocemente, in fase superficiale, in cui la chirurgia risulta curativa nella stragrande maggioranza dei casi”, spiega Rubatto. “Registriamo quindi un’incidenza in crescita ma una mortalità tendenzialmente stabile, se non in decrescita”.
Per i casi più avanzati, il panorama terapeutico è cambiato radicalmente nell’ultimo decennio. “Dal 2011 abbiamo a disposizione l’immunoterapia, che ha cambiato le sorti di molti pazienti. Per i casi in cui si verifica una progressione o una diffusione di malattia sistemica, l’immunoterapia da una parte e le terapie target dall’altra hanno ridotto significativamente la mortalità, portando a tassi di sopravvivenza con follow-up a 10 anni superiori al 40%”, dettaglia Rubatto.
Il dato più incoraggiante riguarda la diagnosi tempestiva: “Se identificato precocemente, il melanoma ha una sopravvivenza del 98%. Si tratta di una malattia assolutamente guaribile”, sottolinea il dermatologo oncologo. “Tuttavia, quando lo spessore del melanoma aumenta, la sopravvivenza può scendere in modo significativo”.
UV terapeutici e il mito della preparazione al sole
Non tutti gli ultravioletti artificiali sono uguali. “In fototerapia usiamo gli UV in molte patologie — psoriasi, vitiligine, linfomi cutanei, dermatite atopica grave — ma in maniera controllata: misuriamo l’irradianza e ogni paziente ha un dosaggio cumulativo”, precisa Pacifico. Ben diverso il caso dei lettini estetici, su cui la dermatologa smonta una convinzione diffusa: “Quando un paziente mi dice che si fa tre lampade per preparare la pelle al sole, la cosa mi fa inorridire. La melanina prodotta con i lettini non è protettiva: non c’è sintesi di nuova melanina, viene ossidata quella già presente. È un effetto evanescente, non realmente protettivo”.
Cosa fare
I ricercatori raccomandano a chiunque abbia fatto uso frequente di lettini di sottoporsi a un esame dermatologico completo. Autocontrollo dei nei, dermatoscopia regolare e, soprattutto, eliminazione dell’esposizione ai raggi UV artificiali restano i pilastri della prevenzione. Un messaggio semplice, che questa ricerca trasforma in un imperativo biologico.