Salute

Hai un’ulcera? Ingoia la pillola e si riparerà

(Foto Unsplash)
(Foto Unsplash) 

Una capsula in grado di arrivare anche lì dove l’endoscopio non riesce e che può mettere un cerotto sulla lesione. L’idea parla italiano ed è dietro l’angolo

2 minuti di lettura

Nel palmo della mano sembra uno dei tanti farmaci in compressa, e invece è ben altro. Qualcosa che va oltre la pillola “endoscopica” che ispeziona da cima a fondo l’apparato gastrointestinale. Stavolta la scienza ha fatto, anzi sta facendo, un passo più in là: la capsula, minuscola, cilindrica, servirà a controllare se nell’intestino c’è qualche “perdita”, un sanguinamento, conseguenza di un’ulcera successiva a un intervento, in genere dopo un’anastomosi (sutura tra due segmenti).

Ma a stupire è la “magia” del cilindretto-capsula che, una volta scoperta la fonte emorragica, “partorisce” una specie di cerottino (struttura in 4D) che si srotola per andare a tamponare la falla. E così, in pochi secondi blocca l’emorragia. Al momento si tratta di uno studio sperimentale, ma non ci vorrà molto per arrivare all’applicazione sull’uomo. Il progetto Prin 2022 Prometheus vede coinvolti tre atenei: Ingegneria dell’Informazione (Pisa) con il professor Carmelo De Maria, Neurofarba (Firenze), con il chirurgo Antonino Morabito dell’Ospedale Pediatrico Meyer di Firenze, l’Istituto di Chimica sempre dell’Università di Firenze con Paolo Rovero e Luca Valentini di Ingegneria civile e ambientale dell’ateneo di Perugia.

Lo studio

“Il quesito da cui siamo partiti – premette De Maria – è come evitare che il cerotto fosse distrutto dalla bariera acida dello stomaco prima di arrivare in sede. E dunque bisognava veicolarlo, incapsulato nel suo involucro ben protetto per resistere alla barriera dei succhi gastrici. Così, rispetto ai progetti standard, grazie alla stampa 4D oggi è possibile cambiare forma e composizione del cerotto, con pochi clic al computer e una stampante”.

Morabito, da chirurgo, si sofferma sulla diagnosi che giustificherebbe l’utilizzo della capsula: “I pazienti talvolta arrivano all’anemia dopo l’anastomosi perché la sutura dei due monconi comporta il rischio di un’ulcera sanguinante. La capsula copre dunque un settore di nicchia: non servirebbe a trattare patologie intestinali croniche o ulcere di origine neoplastica. In più, “digiuno” e “ileo” sono irraggiungibili dall’endoscopio, mentre la capsula riconosce i metaboliti del sangue e, come l’endoscopio che cauterizza, tampona i sanguinamenti. E interviene molto più rapidamente qualora lo richieda l’ambiente intestinale”.

La capsula-container

La capsula-container, ottimizzata per essere stampata in 3D è realizzata con materiali sintetici e naturali, (tra cui l’alginato di sodio), mentre la struttura del cerotto è a base di gelatina e fibroina di seta ingegnerizzata per riconoscere alcuni fattori rilasciati dalle piastrine durante il sanguinamento. Si tratta di materiali biocompatibili che dopo l’ingestione si espandono assorbendo i fluidi intestinali e trasformando il dispositivo da un piccolo cilindro in un foglio piatto capace di aderire al tessuto con la lesione.

"La novità singolare – chiarisce De Maria – è che il cerotto promuove anche la rigenerazione della mucosa. Inoltre, si monitora tramite un’“antenna” che potrà essere “interrogata” dall’esterno attraverso onde elettromagnetiche, simile al sistema antitaccheggio dei supermercati. E se dopo due o tre giorni, il segnale viene meno vorrà dire che il cerotto è stato utilizzato per poi degradarsi”.