Salute

“Autismo, non è solo genetica. C’è un legame con il microbioma”

“Autismo, non è solo genetica. C’è un legame con il microbioma”

Intervista allo scienziato italiano Alessio Fasano, che ha presentato i risultati dello studio internazionale Gemma. Con molte sorprese

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“Stiamo costruendo le fondamenta del palazzo. Ci vorrà tempo per finirlo, ma senza le fondamenta sarebbe impossibile. Oggi gettiamo le basi”. Basi che servono a comprendere meglio il fenomeno autismo, aumentato negli ultimi anni in modo così drastico e veloce da far escludere ragionevolmente cause soltanto genetiche. E facendone ipotizzare di altre, a cominciare dal microbioma intestinale, che potrebbe diventare uno dei possibili biomarcatori della malattia.

Alessio Fasano, ordinario di Pediatria alla Harvard Medical School, scienziato internazionale, grande studioso di celiachia, che ha caratterizzato come patologia autoimmune, è anche presidente e direttore scientifico della fondazione Ebris, una joint venture tra Harvard e la sua Salerno, città dove ha scelto di presentare i dati preliminari del progetto Gemma, acronimo di genoma, ambiente, microbioma e metaboloma nell’autismo, finanziato nell’ambito del programma Horizon 2020, e realizzato con 15 università, centri di ricerca e partner di tutta Europa e degli Usa. Ed è nella sua città, dove ha raccolto molti dei ricercatori internazionali coinvolti nel progetto, che lo abbiamo intervistato.

Professor Fasano, che cosa dicono i numeri dei bambini malati di autismo?

“Dicono che la genetica da sola non può spiegare la brusca accelerazione che stiamo vedendo. Quarant’anni fa eravamo a un bambino con autismo su diecimila, oggi gli studi epidemiologici ci dicono che siamo a un nato su 41 nell’Unione Europea e uno su 36 negli Stati Uniti. La genetica c’entra, ma non basta. Anche perché non parliamo più soltanto di autismo ma di uno spettro, quindi di varie sottopopolazioni”.

E quindi ragionevolmente c’entrano fattori ambientali, ma quali ha deciso di studiare?

“L’idea era infatti considerare l’ambiente. Si è parlato tanto di inquinamento o di legami con i vaccini, senza arrivare a conclusioni valide scientificamente. Ma l’idea di Gemma era un’altra: perché a parità di rischio - dove rischio è avere un fratello o una sorella con autismo, casi in cui le percentuali salgono a 1 su 15 – alcuni bambini si ammalano e altri no? L’idea è cercare una firma biologica che possa aiutarci a capire in anticipo chi tra i bambini a rischio prende la strada sbagliata e si ammala. E chi no. E poiché le osservazioni epidemiologiche evidenziavano come il 90% dei bambini autistici avesse problemi gastrointestinali, e visto che sappiamo che nell’asse cervello-intestino la comunicazione è bidirezionale, l’ipotesi è che potesse entraci il microbioma”.

Quindi l’ipotesi è un ruolo del microbioma?

“Ci sono tre autostrade che collegano cervello e intestino – racconta davanti a un caffè - una è quella del nervo vago, che mette in comunicazione i due organi, poi c’è la strada neuroendocrina, che comunica al cervello la sazietà, quella per capirci che utilizzano i farmaci contro l’obesità, gli agonistri GLP-1, e infine la permeabilità intestinale che, se squilibrata, attiva il sistema immunitario e crea una infiammazione che può arrivare al cervello. Tre autostrade controllate dal microbioma, era più che logico studiarlo”.

E quindi che cosa avete fatto?

“Di studi che correlano microbioma e autismo ce ne sono già, ma tutti sono descrittivi. Noi siamo andati oltre e abbiamo utilizzato più di 21mila campioni biologici di bambini a rischio per cercare di capire perché alcuni si ammalano e altri no. E dopo 7 anni di lavoro abbiamo raccolto dati importanti, che verranno messi in rete, e abbiamo capito che c’è una finestra, tra i 3 e 12 mesi, in cui si cominciano a vedere divergenze e alcuni fattori sembrano associati a un rischio maggiore. Tra questi il parto cesareo e l’allattamento artificiale rispetto al parto vaginale e all’allattamento al seno, un rischio maggiore di circa due volte e mezzo e tutto legato alla diversa composizione del microbioma che nei nati naturalmente e allattati al seno è quello ereditato dalla mamma. Inoltre nei bambini che si ammalano le specie protettive di batteri come i bifidobatteri, che si trovano nel latte materno, si perdono e aumenta invece la popolazione dei cattivi, come i Clostridi. E subito dopo aumenta anche la zonulina, che regola la permeabilità intestinale, alla quale segue l’attivazione del sistema immunitario e poi dopo 12-18 mesi questi bambini si ammalano”.

La domanda scontata è: modificando e modulando al meglio il microbioma si può cambiare il destino di questi bambini?

“Noi siamo ottimisti ma per favore niente titoli su scoperte della cura dell’autismo, perché dietro ci sono famiglie che hanno speranze e non si possono illudere. Però, somministrando un simbiotico (probiotico e prebiotico, ndr) abbiamo migliorato i sintomi gastrointestinali e comportamentali nei bambini malati e crediamo che l’equilibrio dei batteri renda il microbioma meno belligerante. Speriamo di aver individuato dei biomarcatori misurabili e individuabili, che potrebbero consentire di prevedere la malattia in soggetti a rischio, rallentandola o forse evitandola. Del resto ci sono studi in cui è stato utilizzato il trapianto fecale e i bambini con autismo migliorarono, segno che il microbioma c’entra”.

Secondo Gemma sarà possibile passare da una diagnosi basata prevalentemente sul comportamento a una basata su dati biologici?

“Questo è quello che pensiamo e i dati delle 344 famiglie, con 71 bambini con diagnosi di autismo, potrebbero portare non solo a una predizione del rischio, ma a un intervento personalizzato”.