Sono passati diciotto anni dal Delitto di Garlasco e forse è proprio questo il dato che dovrebbe farci fermare un momento. Diciotto anni. Una vita intera per molti ragazzi. Il tempo necessario perché un bambino diventi adulto. Eppure ci sono genitori che da quasi due decenni continuano a sentire il nome della figlia pronunciato ogni giorno tra ipotesi, dibattiti, ricostruzioni, sospetti, nuove piste, dettagli riesumati e parole dette davanti a telecamere o dentro uno schermo. C’è qualcosa di profondamente disturbante nel modo in cui stiamo vivendo questa vicenda.
Non parlo soltanto dell’aspetto giudiziario, che appartiene ai tribunali, agli investigatori, alle prove e alle responsabilità. Parlo di noi. Del modo in cui osserviamo il dolore. Del modo in cui lo consumiamo. Perché mentre il Paese si divide tra innocentisti, colpevolisti e teorie alternative, ci si dimentica quasi completamente che al centro di tutto questo non c’è un caso mediatico ma una famiglia che da diciotto anni vive una forma di trauma continuo, ripetuto, riattivato costantemente dalla voce degli altri. Da psicologo credo che una delle cose più violente che possano accadere a un essere umano sia non poter mai elaborare davvero un lutto. Il dolore, per essere attraversato, ha bisogno di tempo, di silenzio, di protezione. Ha bisogno di luoghi mentali in cui il ricordo possa lentamente trasformarsi senza essere continuamente strappato via. Ma quando una tragedia diventa spettacolo permanente, quel processo si spezza.
I talk show
Ogni titolo, ogni talk show, ogni nuova indiscrezione riporta quella famiglia esattamente nello stesso punto emotivo. È come costringere qualcuno a riaprire una ferita ogni giorno per quasi vent’anni. Il problema è che ormai non ci accorgiamo più della differenza tra informazione e consumo emotivo. Molti non cercano la verità. Cercano l’eccitazione che produce il mistero, la scarica emotiva del dettaglio macabro, la tensione narrativa del colpo di scena. È il motivo per cui certi casi diventano intrattenimento collettivo. Il cervello umano è attratto dall’orrore perché l’orrore attiva paura, adrenalina, identificazione, bisogno di controllo. Ma quando questa attrazione non incontra più il limite morale del rispetto, succede qualcosa di pericoloso: il dolore degli altri smette di essere umano e diventa contenuto. E allora si commenta la sofferenza come si commenta una serie televisiva. Si fanno ipotesi seduti sul divano.
Il trauma
Si costruiscono sentenze emotive in pochi secondi. Si cerca compulsivamente il dettaglio successivo, il video successivo, la nuova teoria. In tutto questo, però, sparisce la percezione più semplice e più importante: una ragazza è stata uccisa e una famiglia è rimasta imprigionata in una dimensione da cui non può uscire mai davvero. Perché ogni volta che il caso ritorna, il tempo psicologico del trauma ritorna con lui. E chi ha vissuto un dolore devastante sa bene che il trauma non funziona come il calendario. Non importa quanti anni siano passati. Se qualcosa riattiva quell’esperienza, il corpo e la mente la rivivono come presente. Quello che mi colpisce, e in parte mi spaventa, è la progressiva anestesia emotiva collettiva. Abbiamo sviluppato una capacità impressionante di osservare tragedie umane mantenendoci emotivamente distanti. Guardiamo, commentiamo, condividiamo e passiamo oltre. Ci emozioniamo per pochi minuti e subito dopo scorriamo altro.
I sentimenti nell’era del digitale
È una forma di dissociazione sociale silenziosa, favorita da un sistema mediatico che ha bisogno continuamente di catturare attenzione e da una cultura digitale che trasforma tutto in flusso, anche la morte, anche il dolore, anche la disperazione di una madre. Cosa proveremmo noi se il volto di nostro figlio, di nostra sorella o della persona che amiamo di più diventasse materiale pubblico per diciotto anni? Se il momento peggiore della nostra vita venisse discusso ovunque, continuamente, da sconosciuti? La verità è che certe famiglie non hanno avuto soltanto una vittima. Hanno perso anche il diritto al silenzio. E quando una società smette di proteggere il silenzio del dolore, forse sta perdendo qualcosa di molto più grave della sensibilità: sta perdendo il senso stesso del limite umano.
Giuseppe Lavenia, psicologo e psicoterapeuta, è presidente dell’Associazione Nazionale Dipendenze Tecnologiche, GAP e Cyberbullismo “Di.Te” e docente di Psicologia del Lavoro e delle Organizzazioni Università Politecnica delle Marche