Animali in salute

Caterina Murino e la (recente) passione per i gatti: “Li odiavo, ma ora lotto contro gli abbandoni”

Caterina Murino con il suo gatto
Caterina Murino con il suo gatto 

L’attrice sarda che tutti ricordano anche per il suo ruolo di Bond girl con Daniel Craig racconta di come si è innamorata dei felini. E del suo documentario “Attraverso i nostri occhi”, che racconta i rifugi della sua regione dove centinaia di animali aspettano di essere adottati. E lancia un appello: “Non guardiamo altrove”

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Vent’anni fa su una spiaggia delle Bahamas Caterina Murino faceva la sua entrata nel mondo di 007 come Solange in Casino Royale, il film che presentava al pubblico il nuovo James Bond di Daniel Craig. Poco dopo il cinema d’autore italiano con Il seme della discordia di Pappi Corsicato, portato al Lido nel 2008, l’opera-musical The Opera! di Davide Livermore e nel 2023 il ritorno a Venezia dalla porta principale, madrina dell’ottantesima Mostra internazionale d’arte cinematografica, con gli onori di casa sul palco della cerimonia di apertura e di chiusura. Ma la storia che ha voglia di raccontare oggi non passa dai red carpet. Parte dai gatti.

Partiamo dalla parte più personale. Qual è stato il suo primo incontro con i gatti?

“Le rispondo con una confessione: io odiavo i gatti. Sono cresciuta in Sardegna, dentro una cultura ancora molto arcaica, in cui gli animali sono visti come oggetti da utilizzare: per il lavoro, per il cibo, per tutto. I cani almeno “servono”. I gatti no: erano esseri da tenere lontano, perché sporcano, perché portano malattie, perché c'è il pregiudizio che siano animali infidi. E poi tanto, si dice, se la cavano da soli. Sono cresciuta con questa mentalità, e ci sono rimasta dentro a lungo”.

Cosa l'ha fatta cambiare?

“L'amore, in tutti i sensi. Il mio compagno viene da una famiglia piena di animali, gatti e cani. Io accarezzavo i cani, ma un gatto non l'avevo mai accarezzato. Poi, durante il Covid, in famiglia è arrivato un gattino trovato in mezzo alla campagna. Si stava addormentando in braccio al mio compagno, che doveva alzarsi, e mi ha detto: “Puoi tenerlo due secondi?”. Io ridevo, l'ho preso, ero tesa all’idea, e si è addormentato tra le mie braccia. È stato il punto di non ritorno”.

E da lì è cominciata la convivenza.

“Tornata a Parigi ho adottato la mia prima gattina, arrivata da Cagliari. In quel periodo stavo girando, facevo la spola tra Venezia, Roma e Cagliari, e ricordo il viaggio con lei in braccio, nel trasportino, in camera, nel letto: la cosa più normale del mondo. Io, che quell'animale l'avevo detestato per tutta la vita. E parliamo di appena sei anni fa, non di vent'anni fa. Oggi in casa siamo in quattro, di gatti. Ho fatto anche la scemenza, una volta, di farle fare i cuccioli: non lo rifarei mai. Lo dico perché è esattamente da lì, dalle nascite non controllate, che comincia tutto il resto”.

Caterina Murino con Ringhio (foto Alessandra Cossu)
Caterina Murino con Ringhio (foto Alessandra Cossu) 

Cosa le ha insegnato vivere con loro, condividere gli spazi, il tempo?

“Mi ha riconnessa con la natura, e direi con la natura umana: perché anche noi siamo animali, ce lo dimentichiamo. Ho chiuso un cerchio. È una follia pensare di essere gli unici proprietari della Terra. Un'amica l'altro giorno si lamentava di una volpe che le girava in giardino la sera. Ma scusate: se hai una casa in campagna, quella è anche casa sua. Vale per le volpi, per i lupi, per gli orsi. Il problema è che ci raccontiamo di essere l'animale più intelligente e intanto distruggiamo ciò che la natura ci ha dato, cementifichiamo, bruciamo, invadiamo tutto. Non so quanta intelligenza ci sia, in questo. Convivere con gli animali, rispettarli, condividere lo spazio: non è una privazione, è il contrario. Noi diamo loro qualcosa, ma quello che loro danno a noi è infinitamente di più”.

Questa riconnessione le ha però aperto gli occhi anche su un mondo doloroso.

“Avrei preferito scoprire che tutti gli animali sono felici e meravigliosamente adottati. Invece ho scoperto un mondo di animali amati, sì, ma anche detestati, maltrattati, abbandonati. Prima ero assente, forse cieca e sorda. I numeri degli abbandoni, in Francia, in Italia, nel mondo, sono terrificanti. Da quel momento non ho più potuto girarmi dall'altra parte”.

È diventata una missione.

“È diventata la mia missione. Continuo dopo tanti anni il mio impegno come ambasciatrice per l'Africa, ma qui sento di poter lavorare davvero sul terreno. Non tutti lo sanno, ma fino a quando è nato il mio bambino facevo le staffette per un'associazione in Francia: prendevo il treno con un cane che non conoscevo, quattro, cinque ore di viaggio, per accompagnarlo alla famiglia che l'avrebbe adottato per sempre. Qualunque cane, qualunque dimensione. E quando è uscito il documentario ho ricevuto una marea di messaggi: “Cosa posso fare?”. Ci sono miliardi di cose da fare. Nei rifugi mancano anche i volontari”.

Arriviamo al documentario. Come nasce “Attraverso i nostri occhi”?

“Nasce, curiosamente, da un cartone animato. Nel 2023 ho prodotto “Stai con me”, una campagna contro l'abbandono: ho chiesto a una bravissima artista sarda di costruire un cartone con una gattina protagonista, io faccio la voce fuori campo che racconta la vita degli animali abbandonati. La campagna è andata fortissimo, e cercando sponsor per farla crescere è arrivata una donazione enorme: tremila chili di crocchette per la Sardegna. Ma la burocrazia prevede che le donazioni vadano a un rifugio, a un'associazione vera. E io dicevo: ragazzi, io non voglio darle a un rifugio solo, voglio darle a tantissimi rifugi. Alla fine sono diventati trentacinque”.

E quel viaggio di consegna è diventato un film.

“È nata un'organizzazione mostruosa: il pulmino, il piano di viaggio, perché alcuni rifugi erano in posti davvero difficili da trovare. Ho coinvolto due amici fotografi che conoscono la Sardegna benissimo. Il viaggio era destinato solo a distribuire il cibo: loro filmavano e fotografavano per un ricordo nostro. E invece da quel materiale è nato “Attraverso i nostri occhi”, che ringrazio la Rai per aver trasmesso e che si può rivedere su RaiPlay. Da nord a sud, da est a ovest: 23 comuni, quasi duemila chilometri, 35 strutture, 4.800 animali censiti, 2.700 cani e 2.100 gatti”.

Dal documentario è nata anche una mostra fotografica, che lei lega sempre ai Comuni. Perché?

“La mostra sta girando: siamo già stati a Cagliari, ad Arzachena, a Mestre durante la Mostra di Venezia; dal 6 al 22 agosto saremo a Carloforte e a novembre a Oristano. E la faccio sempre insieme al Comune, perché voglio che ci sia il sindaco, e voglio che il sindaco prometta qualcosa. Non un taglio del nastro: un impegno. I sindaci, per legge, sono i responsabili — in un certo senso i “proprietari” — degli animali randagi del loro territorio. È giusto ricordarglielo”.

Chi la ascolta, chi guarderà il documentario, cosa può fare concretamente?

“Tantissimo. Adottare, certo, ma anche sterilizzare, che è la vera prevenzione. Fare volontariato: nei rifugi c'è sempre bisogno di mani, di tempo, di presenza. Portare cibo, sostenere le associazioni, anche solo diffondere. Dopo il documentario mi hanno scritto in tantissimi chiedendomi “cosa posso fare”: la risposta è che ognuno può fare qualcosa, da domani. Gli animali non chiedono molto. Chiedono solo che smettiamo di guardare altrove”.