Le fasi terminali della malattia di Alzheimer (e di altre forme di demenza) sono spesso accompagnate da sintomi neuropsichiatrici gravi, che impattano pesantemente sulla qualità della vita dei pazienti e di chi li assiste: uno di questi è l’agitazione, che in particolare colpisce quasi la metà delle persone con demenza avanzata inserite in percorsi di cure palliative, e che si può manifestare con vagabondaggio, vocalizzi continui, lamenti e, in alcuni casi, aggressività fisica.
Nelle persone che ormai hanno perso la capacità di comunicare, questi comportamenti rappresentano spesso l’unica via per segnalare disagio fisico, dolore o paura, e finora la gestione di questi stati si basa quasi esclusivamente su trattamenti farmacologici spesso inefficaci e gravati da pesanti effetti collaterali, ma oggi la comunità clinica ha individuato nella cannabis terapeutica un potenziale nuovo trattamento: lo dicono i risultati preliminari di una sperimentazione presentata alla Alzheimer’s Association International Conference (Aaic) a Londra, che ha evidenziato l’effetto “calmante” per questi pazienti di Thc e Cbd, le due principali molecole attive della cannabis.
Il trial clinico e i risultati
Lo studio, chiamato LiBBY (Life’s end Benefits of cannabidiol and tetrahydrocannabidiol)e finanziato dal National Institute of Aging (Nia) statunitense, ha coinvolto 120 pazienti con demenza in stadio avanzato, in gran parte curati a domicilio. Ai partecipanti è stato somministrato un preparato sperimentale in forma di olio digeribile, denominato T2:C100: ogni millilitro della soluzione contiene 2 milligrammi di tetraidrocannabidiolo (Thc) e 100 milligrammi di cannabidiolo (Cbd), componente che mitiga gli effetti del Thc e svolge una funzione inibitoria sui recettori della serotonina, modulando ansia e dolore. I ricercatori hanno misurato l’impatto del farmaco utilizzando una scala standardizzata per la misurazione dell’agitazione: dalla sperimentazione è emerso che i pazienti trattati con T2:C100 mostrano una riduzione statisticamente significativa dell’agitazione già dopo le prime due settimane, un beneficio che si mantiene e consolida fino alla dodicesima settimana di osservazione. Dal punto di vista del miglioramento clinico globale, dopo 12 settimane l’87,2% dei pazienti nel gruppo di trattamento ha mostrato un progresso, contro il 23,6% del gruppo placebo.
Il commento degli autori
“I risultati di questo studio randomizzato e controllato”, ha spiegato Jacobo Mitzer, ricercatore al Ralph H. Johnson Va Healthcare System e co-autore dell’esperimento, “sono estremamente incoraggianti, e rappresentano un importante passo avanti nel trattamento di una popolazione storicamente trascurata nella ricerca clinica”. “Lo studio LiBBY ha mostrato con successo che è fattibile reclutare, arruolare e mantenere una coorte rappresentativa di questo gruppo”, ha aggiunto Paul Aisen, direttore dell’Epstein Family Alzheimer’s Therapeutic Research Institute, “inclusi individui appartenenti a gruppi storicamente sottorappresentati”. “Il lavoro”, gli ha fatto eco Elizabeth Edgerly, vicepresidente per la cura e il supporto dell’Alzheimer’s Association, “affronta direttamente uno degli aspetti più difficili e meno discussi della malattia di Alzheimer, l’agitazione di fine vita. Questi risultati non solo evidenziano un’opzione terapeutica promettente, ma evidenziano anche l’importanza di offrire la partecipazione a studi clinici a individui che sono spesso esclusi, fornendo così speranze ai pazienti, alle loro famiglie e ai caregiver”.
Limiti metodologici e questioni di sicurezza
Nonostante i dati incoraggianti, lo studio presenta precisi limiti metodologici di cui bisogna tener conto: anzitutto, si tratta di un trial clinico di fase 2 condotto su un campione ristretto (120 persone), i cui risultati non sono ancora stati pubblicati su una rivista sottoposta a peer-review. Per quanto riguarda il profilo di sicurezza, la percentuale complessiva di pazienti che hanno manifestato eventi avversi è risultata simile nei due gruppi (46,7% per il farmaco, 42,4% per il placebo), ma il gruppo in trattamento ha registrato un’incidenza maggiore di eventi avversi gravi (23,3% contro l’11,9%) e un lieve eccesso di decessi (8 contro 3) durante le 12 settimane. I ricercatori hanno specificato che le cause di morte (come sepsi, problemi respiratori o complicanze della demenza) sono in linea con la naturale progressione in una popolazione terminale e non mostrano correlazioni dirette con il farmaco. “È entusiasmante che la cannabis terapeutica offra un’altra opzione per trattare l’agitazione”, ha dichiarato al New York Times Kevin Hill, direttore della psichiatria delle dipendenze al Beth Israel Deaconess Medical Center, “ma questo non significa che le persone debbano dare autonomamente ai propri cari marijuana medica, perché i cannabinoidi hanno i loro rischi. Il trattamento dell'agitazione deve essere sempre supervisionato da un medico professionista”.
Il contesto scientifico e le alternative terapeutiche
L’indagine sulle potenzialità della cannabis nella demenza, effettivamente, ha una storia complessa: sebbene studi passati avessero suggerito una certa utilità, analisi successive avevano evidenziato prove insufficienti e rischi concreti legati agli effetti collaterali. Oggi, i pazienti con agitazione severa vengono spesso trattati con antipsicotici, ansiolitici o oppioidi, ma queste molecole possono indurre confusione e sedazione, e in alcuni casi addirittura abbreviare l’aspettativa di vita, motivo per cui “qualsiasi trattamento si riveli più efficace e più sicuro è un enorme miglioramento rispetto a quello che è stato lo standard di cura”.