Linfoma diffuso a grandi cellule B, una nuova opzione per i casi più gravi
di Barbara OrricoRimborsata in Italia la prima combinazione che associa l’anticorpo bispecifico glofitamab a chemioterapia per pazienti con recidiva o malattia refrattaria dopo la prima linea di trattamento. Più di un paziente su due, trattato in seconda linea, è vivo a tre anni
Arrivano novità importanti per i pazienti con linfoma diffuso a grandi cellule B (DLBCL), la forma più comune di linfoma non Hodgkin. Da oggi anche in Italia è disponibile e rimborsata la prima combinazione che associa l’anticorpo bispecifico glofitamab a chemioterapia per chi presenta una recidiva o una malattia refrattaria dopo la prima linea di trattamento (condizione che interessa fino al 40% dei pazienti) e non è eleggibile o non può essere sottoposto a trapianto autologo o a terapia CAR-T.
In particolare, associando glofitamab a GemOx a durata fissa (25,5 mesi), si è registrata una sopravvivenza globale mediana doppia rispetto al trattamento di controllo (12,5 mesi) e una sopravvivenza libera da progressione con una mediana di 14,4 mesi rispetto ai 3,3 mesi dopo la terapia standard con R-GemOx. Ancora più interessanti sono i risultati sui pazienti trattati dopo aver ricevuto una prima terapia: più di uno su due è vivo a tre anni e la sopravvivenza mediana libera da progressione è pari a 20,4 mesi (rispetto a 5,5 mesi di quello R-Gemox).
Una terapia pronta all’uso e a durata fissa
La terapia ha unadurata fissa, prevede cioè un numero definito di cicli (di solito 12, pari a circa 8 mesi), offrendo al paziente una data di fine certa e un periodo libero da trattamenti. “La tempistica con cui si registra la ricaduta rappresenta un elemento chiave nella scelta delle opzioni in seconda linea – spiega Carmelo Carlo-Stella, Professore Ordinario di Ematologia, direttore della Scuola di Specializzazione in Ematologia presso Humanitas University di Milano e direttore della Divisione di Ematologia dell'IRCCS Humanitas Research Hospital di Milano - Una recidiva entro i 12 mesi orienta generalmente verso la terapia CAR-T, mentre una ricaduta oltre i 12 mesi può indirizzare verso il trapianto autologo di cellule staminali. Entrambe le opzioni sono riservate però ai pazienti eleggibili o per i quali sia ritenuto appropriato procedere con questi trattamenti. Sussiste, quindi, un importante bisogno clinico insoddisfatto per quei pazienti che non possano beneficiare di queste opzioni: poter dunque disporre di nuove possibilità di trattamento per questo profilo di pazienti in seconda linea – continua - significa intervenire in una fase cruciale del percorso clinico del paziente, offrendo una preziosa opportunità di controllo della malattia”.
Si tratta, inoltre, di una terapiaoff-the-shelf, ovvero immediatamente disponibile senza richiedere i tempi di preparazione e manipolazione cellulare tipici di altre strategie terapeutiche, e quindi somministrabile subito e potenzialmente anche in ambito ambulatoriale. Un aspetto questo importante per i pazienti che possono aggravarsi se non trattati in modo tempestivo.
Dati positivi anche nei sottogruppi di età
I dati riportano un andamento favorevole anche nei sottogruppi di età: nei pazienti con meno di 65 anni, la sopravvivenza globale mediana è stata di 27 mesi (rispetto a 9 mesi con R-GemOx); in quelli di età pari o superiore a 65 anni di 25 mesi rispetto a 13,8 mesi, e in quelli di età pari o superiore a 75 anni di 33 mesi rispetto a 8,3 mesi.
I risultati sono emersi dallo studio internazionale di fase III STARGLO, che ha messo a confronto glofitamab + GemOx con il trattamento standard R‑GemOx. “Glofitamab è un anticorpo bispecifico checollega le cellule B tumorali (CD20)allecellule T del sistema immunitario (CD3). Questo “ponte” attiva le cellule T, che vengono così indirizzate a distruggere le cellule del linfoma – spiega Paolo Corradini, Professore Ordinario di Ematologia presso l’Università degli Studi di Milano e direttore della Divisione di Ematologia della Fondazione IRCCS Istituto Nazionale dei Tumori di Milano – I risultati dello studio rappresentano dunque un avanzamento importante nel trattamento del linfoma diffuso a grandi cellule B recidivato o refrattario – commenta - La combinazione di Glofitamab e GemOx ha infatti dimostrato un miglioramento significativo della sopravvivenza globale e della sopravvivenza libera da progressione rispetto allo standard di cura, con un beneficio particolarmente evidente nei pazienti trattati in seconda linea. Inoltre, l’efficacia osservata anche nella popolazione più anziana, insieme a un profilo di sicurezza gestibile, rende questa combinazione un’opzione terapeutica di grande interesse nella pratica clinica”.
Il rapporto costo‑efficacia
La disponibilità immediata e la durata fissa hanno anche un impatto sulla sostenibilità del sistema. “Quando parliamo di innovazione terapeutica, oggi non possiamo limitarci alla sola efficacia clinica: dobbiamo considerarne anche l’impatto sulla sostenibilità del Sistema Sanitario, sempre più sotto pressione per la crescente richiesta di servizi e per la limitatezza delle risorse pubbliche – sottolinea Vito Ladisa, Direttore della Struttura Complessa di Farmacia Ospedaliera della Fondazione IRCCS Istituto Nazionale dei Tumori di Milano - Una combinazione come quella di glofitamab e chemioterapia, utilizzata in seconda linea, a durata fissa e pronta all’uso, con un rapporto costo-efficacia altamente sostenibile, può rappresentare un elemento di valore, perché consente una maggiore programmabilità del trattamento e un utilizzo più appropriato delle risorse. Può inoltre contribuire a ridurre o contenere i costi associati a un controllo meno efficace della malattia, con la conseguente necessità di accedere a linee di trattamento successive o di gestire complicanze, ricoveri e altre cure potenzialmente evitabili. Puntare alla sostenibilità non significa limitare l’accesso all’innovazione, ma renderla governabile e concretamente disponibile per i pazienti che ne possono beneficiare”.
La voce dei pazienti
L’accessibilità a nuove opzioni terapeutiche nel DLBCL recidivato o refrattario assume un valore che non è solo clinico, ma riguarda anche la possibilità di migliorare costantemente i percorsi di diagnosi e cura. Un aspetto particolarmente rilevante dal punto di vista dei pazienti e delle associazioni che li rappresentano. “Ricevere una diagnosi di linfoma o affrontare una recidiva significa vedere la propria vita e quella dei propri cari improvvisamente sospesa, tra la paura del futuro e il bisogno di risposte il più possibile rapide ed efficaci - aggiunge Davide Petruzzelli, Presidente La Lampada di Aladino ETS - Per chi convive con una patologia aggressiva come il DLBCL, l’innovazione scientifica rappresenta prima di tutto una possibilità concreta di speranza. Disporre di terapie pronte all’uso e a durata fissa significa dunque offrire nuove opportunità a chi ha opzioni limitate, ma anche alleggerire il carico emotivo e organizzativo che grava sulle famiglie”.