Una nuova opzione terapeutica entra nello standard di cura della leucemia linfatica cronica(Llc) e del linfoma mantellare, due tumori del sistema linfatico che in Italia si stima colpiscano complessivamente oltre 3500 persone ogni anno. L’Agenzia Italiana del Farmaco (Aifa) ha infatti approvato la rimborsabilità di acalabrutinib, inibitore di Btk di seconda generazione, in combinazione con venetoclax per la prima linea della Lcc, e in associazione a chemioimmunoterapia per il linfoma mantellare non trattato. Via libera anche all’uso in monoterapia nei casi di linfoma mantellare recidivato.
La decisione arriva sulla scorta di risultati clinici considerati dagli specialisti un cambio di passo nella gestione di queste neoplasie: lo studio Amplify ha dimostrato che l’88,5% dei pazienti con leucemia linfatica cronica trattati in prima linea con acalabrutinib in combinazione con venetoclax - regime completamente orale a durata fissa - non ha bisogno di una nuova terapia di seconda linea dopo 3 anni, rispetto al 75,2% dei pazienti trattati con chemio-immunoterapia. Nello studio Echo, acalabrutinib in combinazione con chemio-immunoterapia, nel trattamento di prima linea dei pazienti con linfoma mantellare, ha invece dimostrato una riduzione del 32% del rischio di progressione della malattia o di morte e un tasso di remissioni complete del 67% rispetto al 53% con la sola chemio-immunoterapia standard.
Per la Llc risposte durature, con un elevato profilo di tollerabilità
La leucemia linfatica cronica è la forma più frequente di leucemia dell’adulto, pari al 30% delle diagnosi. In Italia si stimano circa 2750 nuovi casi l’anno. La malattia è caratterizzata dall’accumulo di linfociti B nel sangue, nel midollo e negli organi linfatici, con sintomi come anemia, ingrossamento dei linfonodi e piastrinopenia.
“La chemio-immunoterapia, che un tempo rappresentava lo standard di cura in prima linea, oggi è superata dalle terapie mirate costituite dagli inibitori di Btk e di Bcl-2”, spiega Paolo Ghia, Direttore del Programma di Ricerca Strategica sulla Leucemia Linfatica Cronica all’Irccs Ospedale San Raffaele di Milano e Professore Ordinario di Oncologia Medica all’Università Vita-Salute San Raffaele. Nello studio Amplify, i cui risultati sono stati pubblicati sul New England Journal of Medicine, la sopravvivenza libera da progressione a 36 mesi è infatti stata pari al 76,5% con acalabrutinib più venetoclax rispetto al 66,5% con chemio-immunoterapia.
“Il nuovo regime è a durata fissa, pari a 14 cicli da 28 giorni: 2 con acalabrutinib, seguiti da 12 con acalabrutinib più venetoclax – continua Ghia - Sono state osservate risposte globali profonde e durature, che hanno raggiunto il 92,8% con acalabrutinib più venetoclax, rispetto al 75,2% con chemio-immunoterapia. Altro aspetto cruciale è l’elevato profilo di tollerabilità di acalabrutinib più venetoclax, che consente di preservare la qualità di vita dei pazienti. Gli effetti collaterali, in particolare quelli di tipo cardiovascolare, come fibrillazione atriale, ipertensione arteriosa e sanguinamenti, si sono verificati in una minima percentuale di pazienti, caratterizzati da una lieve entità e facilmente gestibili. Dati particolarmente rilevanti, se si considera che i pazienti con leucemia linfatica cronica sono, nella maggior parte dei casi, anziani, spesso con comorbidità determinate dall’età avanzata”.
Linfoma mantellare: riduzione del rischio di progressione del 32%
Per il linfoma mantellare, che rappresenta il 6% dei linfomi non Hodgkin e conta circa 800 nuovi casi l’anno, Aifa ha approvato acalabrutinib in combinazione con bendamustina e rituximab nei pazienti non eleggibili al trapianto autologo di cellule staminali.
“Il linfoma mantellare è una forma di linfoma non Hodgkin B linfocitario, caratterizzato da una particolare resistenza ai trattamenti - afferma Enrico Derenzini, Direttore della Divisione di Oncoematologia all’Istituto Europeo di Oncologia (Ieo) di Milano e Professore Associato di Ematologia alla Statale di Milano - L’età mediana di incidenza è pari a circa 70 anni, ma può colpire anche persone più giovani. Può presentarsi in diverse forme, ad esempio con l’ingrossamento di un linfonodo del collo, dell’ascella o dell’inguine e può localizzarsi a livello del midollo osseo e a livello gastroenterico. Storicamente, rappresenta uno dei linfomi più difficili da curare, perché lo standard di cura in prima linea, costituito dalla chemio-immunoterapia con bendamustina e rituximab nei pazienti over 65 o non eleggibili al trapianto autologo di cellule staminali, consente di ottenere remissioni complete, ma la malattia resta caratterizzata da molteplici recidive”.
Lo studio Echo ha dimostrato che l’aggiunta di acalabrutinib alla chemio-immunoterapia (bendamustina e rituximab), in prima linea, migliora in modo sostanziale i risultati clinici. “Vi è stata una riduzione del rischio di progressione di malattia o morte del 32% e il tasso di remissioni complete ha raggiunto il 67% rispetto al 53% con la sola chemio-immunoterapia standard, con risposte più profonde – sottolinea Derenzini – Inoltre, è stato ridotto del 24% il rischio di iniziare una terapia di terza linea, a dimostrazione dei benefici a lungo termine della nuova combinazione. A questi risultati si associa una tendenza favorevole, non significativa dal punto di vista statistico, ma importante clinicamente, nella sopravvivenza globale”. Una sottoanalisi presentata al congresso della Società Europea di Ematologia ha inoltre confermato l’assenza di un aumento significativo del rischio infettivo, segnalando un buon profilo di sicurezza.
Via libera anche all’uso in monoterapia nei casi di linfoma mantellare recidivato
Aifa ha anche approvato la rimborsabilità di acalabrutinib in monoterapia per i pazienti con linfoma mantellare recidivante o refrattario non trattati in precedenza con un inibitore di Btk.
“Nel linfoma mantellare le recidive possono avvenire anche a distanza di 6-7 anni – spiega ancora Derenzini – Per questo, è importante avere a disposizione un inibitore di Btk di seconda generazione, come acalabrutinib, caratterizzato da elevata efficacia e tollerabilità”. Nello studio di fase II Ace-LY-004, i pazienti con malattia recidivante o refrattaria sono rimasti liberi da progressione per una mediana di 22 mesi. Il tasso di risposta completa ha raggiunto il 48%, con una sopravvivenza globale a 5 anni del 50%. Si tratta, secondo Derenzini, di evidenze scientifiche solide, che hanno portato all’approvazione della terapia in questa popolazione di pazienti.
Una nuova fase per la cura dei tumori del sistema linfatico
“Le approvazioni Aifa – concludono gli esperti - segnano un passaggio importante nella cura delle neoplasie linfatiche: terapie più mirate, più tollerabili, spesso orali e, nel caso della Llc, a durata fissa, hanno l’obiettivo di ridurre il carico terapeutico, ottenere una maggiore responsività dei pazienti ai farmaci, e migliorare la qualità della vita”.

