La leucemia linfatica cronica è una neoplasia che colpisce i linfociti B, tipica dell’anziano. Viene spesso diagnosticata in tarda età - nel 70% dei casi sopra i 65 anni - in pazienti spesso non inclusi all’interno delle sperimentazioni, e per i quali mancano dunque evidenze in merito alle migliori strategie di gestione della malattia. Per questo i dati che saranno presentati al Congresso dell’Associazione Europea di Ematologia (Eha), in corso a Stoccolma fino alla prossima domenica, sono degni di nota: fotografano l’efficacia di una terapia contro la leucemia linfatica cronica o linfoma a piccoli linfociti (Llc/Sll) in una popolazione reale, ovvero di anziani con età pari o superiori agli 80 anni. E sono dati incoraggianti: i due terzi circa dei pazienti trattati con zanubrutinib, sono rimasti liberi da progressione a sei anni.
L’efficacia delle terapie negli anziani
“Il trattamento della Llc nei pazienti ottantenni comporta numerose considerazioni, poiché spesso presentano altre patologie concomitanti e, finora, disponiamo di scarse evidenze con dati a lungo termine a cui fare riferimento in questa popolazione”, ha spiegato Alessandra Tedeschi, consulente in ematologia e Direttore Medico del Dipartimento di Ematologia presso il Niguarda Cancer Center di Milano, uno dei centri coinvolti nella sperimentazione presentata a Stoccolma. La sperimentazione in questione si chiama Sequoia, ed è uno studio clinico di fase 3 per valutare l’efficacia di zanubrutinib rispetto a bendamustina-rituximab in pazienti con leucemia linfatica cronica o linfoma a piccoli linfociti (Llc/Sll) precedentemente non trattati. Lo studio è ancora in corso e i dati in oggetto si riferiscono ad un'analisi di sottogruppo.
L’analisi sui pazienti con più di ottant’anni
“Ciò che emerge da questa analisi dello studio Sequoia – dove è stata valutata l’efficacia e la sicurezza di zanubrutinib nei pazienti con età superiore a 80 anni – è che zanubrutinib ha determinato un beneficio clinico associato a risposte durature, mantenute anche dopo un lungo periodo di osservazione, nei pazienti anziani, compresi quelli con caratteristiche ad alto rischio, oltre a mostrare un profilo di sicurezza gestibile”, prosegue Tedeschi.
Zanubrutinib è un inibitore della tirosin-chinasi di Bruton (Btk), somministrato per via orale (una o due volte al giorno) in grado di inibire la proliferazione delle cellule B maligne in diversi tessuti rilevanti per la malattia. Il farmaco, come suggeriscono i nuovi dati, funziona anche nei pazienti anziani. I dati provenienti da un'analisi relativa a 38 pazienti di età pari o superiore a 80 anni che hanno ricevuto zanubrutinib, a distanza di sei anni e mezzo, mostrano benefici duraturi, con profilo di tollerabilità compatibile con un trattamento prolungato. Nello specifico il tasso di risposta completa è del 18,4% (la risposta globale 100%), la sopravvivenza libera da progressione a distanza di sei anni è del 64% circa, con una sopravvivenza globale di oltre il 70%. “Nel loro insieme, questi risultati forniscono ai medici ulteriori dati a lungo termine su cui basarsi nel trattamento di questa popolazione”, riprende Tedeschi.
Zanubrutinib nel real world
Al congresso saranno presentati altri dati dello studio Sequoia a 78 mesi, in cui si mostra una sopravvivenza libera da progressione a 78 mesi del 71,8% con zanubrutinib rispetto al 31,0% con bendamustina-rituximab. A livello globale l’inibitore di Btk è stato già impiegato in oltre 290 mila persone, e anche i dati provenienti dall’uso in real world e altri studi, hanno ribadito gli esperti, sono incoraggianti per l’utilizzo in una popolazione anziana, ad alto rischio di comorbidità, come la fibrillazione atriale. Per esempio un’analisi retrospettiva di pazienti di nuova diagnosi in cui il tasso di fibrillazione atriale a un anno è risultato più basso con zanubrutinib (11%), rispetto al 13% con acalabrutinib e al 16% con ibrutinib.

