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Tumore al seno, così la ricerca indipendente può cambiare la pratica clinica

Tumore al seno, così la ricerca indipendente può cambiare la pratica clinica

Lo ha ricordato Lucia Del Mastro durante l’evento che a Genova celebra i 25 anni di attività del Gruppo Italiano Mammella (Gim), facendo un bilancio delle attività di ricerca portate avanti negli anni

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Dopo una diagnosi di carcinoma mammario, la probabilità di avere figli è inferiore del 35 per cento rispetto al resto della popolazione. Ma diventare madri dopo un tumore al seno – una malattia che oggi colpisce sempre più pazienti giovani: in Italia sono tremila le donne con meno di 40 anni che si ammalano ogni anno - oggi è possibile. Il Gruppo Italiano Mammella (Gim) – che a Genova celebra i suoi 25 anni di attività – è stato il primo al mondo a mettere a punto strategie personalizzate per preservare la fertilità durante le cure oncologiche, “oggi recepite dalle linee guida nazionali e internazionali”, spiega Lucia Del Mastro, responsabile scientifica dell’evento, professoressa ordinaria e direttrice della Clinica di Oncologia medica al Policlinico San Martino, Università di Genova.

“Vent’anni fa – ripercorre Del Mastro - l’unica preoccupazione dell’oncologo era di fare il massimo con le terapie, ma non si pensava all’impatto su questo aspetto della vita. Come Gim, invece, abbiamo avuto la lungimiranza di avviare, per primi in Italia, studi interamente dedicati alle pazienti under 40”. Obiettivo, capire come curare meglio e quali componenti della terapia potessero essere evitate senza perdere efficacia. È nato così lo studio Promise-Gim6, coordinato a Genova: che ha dimostrato che mettere a riposo le ovaie temporaneamente durante la chemioterapia riduce il rischio di menopausa precoce e aumenta la possibilità di recupero della funzione ovarica.

L’alleanza tra oncologi e ginecologi

“La ricerca accademica indipendente può cambiare la pratica clinica”, rimarca Del Mastro. Dopo pubblicazione dello studio, infatti, Aifa (l’Agenzia italiana del farmaco) “approvò il farmaco che avevamo messo a punto rendendolo rimborsabile dal servizio sanitario nazionale – ricorda Del Mastro – i risultati erano stati sorprendenti: le donne in cura avevano una probabilità doppia di ottenere una gravidanza dopo il tumore rispetto a quelle del gruppo di controllo”. Cruciale – rimarca la professoressa – il coordinamento e la multidisciplinarietà: “Perché il percorso sia efficace serve anche il coinvolgimento dei ginecologi che si occupano di procreazione medicalmente assistita: con la crioconservazione degli ovociti e del tessuto ovarico, prima che la paziente inizi la chemioterapia. E le uniche strutture che possono garantire questa interdisciplinarietà sono le Breast Unit”.

Diagnosi più precise, terapie più personalizzate

In un quarto di secolo, le attività portate avanti dal gruppo hanno anche permesso di capire meglio come utilizzare le terapie. Lo studio Gim2, per esempio, ha dimostrato come – per pazienti con carcinoma mammario iniziale ad alto rischio - la chemioterapia dose-dense, somministrata a intervalli più ravvicinati, sia più efficace rispetto a quella standard. Quanto alla terapia ormonale, un altro studio fondamentale è stato quello Gim4, che ha mostrato come prolungare la terapia endocrina adiuvante oltre i cinque anni migliori la sopravvivenza libera da malattia di alcune donne in post-menopausa.

“L’affinamento diagnostico è fondamentale – ha aggiunto Fabio Puglisi, professore ordinario di Oncologia medica dell’Università di Udine e direttore del Dipartimento di Oncologia medica del Cro (Centro di Riferimento Oncologico) di Aviano – in questi anni abbiamo identificato agenti a bersaglio molecolare, capaci di ridurre la tossicità con trattamenti mirati. Diagnosi più precise dal punto di vista della caratterizzazione biologica consentono di personalizzare sempre più le terapie”. La buona notizia, dunque, è che “con una diagnosi precoce la sopravvivenza a dieci anni da carcinoma mammario oggi supera il 90 per cento – continua Puglisi – i due strumenti, screening e cure mirate, sono le armi migliori a disposizione”.

Un Registro italiano per il carcinoma mammario metastatico

L’evento a Genova è stata l’occasione per ricordare poi come oggi sia migliorata nettamente la prognosi anche per quanto riguarda il tumore al seno metastatico: “Venticinque anni fa – ricorda Michelino De Laurentis, direttore del Dipartimento di Oncologia mammaria e Toraco-polmonare dell’Istituto Nazionale Tumori Irccs Fondazione Pascale di Napoli – con un tumore al seno metastatico l’aspettativa media di vita era di due anni: parliamo di preistoria, dal punto di vista scientifico. Oggi abbiamo sviluppato strategie terapeutiche nella fase precoce, che permettono di controllare e cronicizzare la malattia anche per diversi anni. E dunque abbiamo pazienti che presentavano un quadro apparentemente molto grave all’inizio, con metastasi cerebrali ed epatiche, e che dopo 20 anni continuano il loro percorso terapeutico e di vita. La ricerca ora si concentra su casi che sfuggono alla cronicizzazione, soprattutto quelli del sottotipo triplo-negativo”.

Il Gim in questo caso ha partecipato con la costruzione del più ampio Registro italiano dedicato alla malattia avanzata, con oltre cinquemila casi inseriti. Si tratta di un “progetto ombrello – spiega De Laurentis - un registro prospettico con dati dettagliati che consentono di studiare l’efficacia e la sicurezza dei trattamenti nella popolazione reale”.

“Il lavoro e i progressi del Gim mostrano come la ricerca accademica indipendente sia estremamente necessaria – rimarca Francesco Perrone, presidente dell’Associazione italiana oncologia medica (Aiom) - non è alternativa rispetto a quella che produce nuovi farmaci, ma è sinergica: gli studi accademici sono fondamentali per l’innovazione terapeutica. Per questo una rete nazionale capace di condividere competenze, dati e responsabilità ha un grandissimo valore”.