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Ipertensione arteriosa: “colpire” il cervello per abbassare la pressione

(Foto: Wanida Prapan/Moment/Getty Images)
(Foto: Wanida Prapan/Moment/Getty Images) 

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Un team di ricercatori brasiliani ha individuato un nuovo possibile obiettivo per il trattamento dell’ipertensione resistente, nel cervello. Qui infatti si trovano alcuni neuroni (noti come neuroni parafacciali laterali, nel midollo allungato), che regolano la respirazione ma anche il diametro dei vasi sanguigni e così la pressione.

“Non era mai stato dimostrato che i neuroni che generano l'attività espiratoria comunicassero con quelli che controllano l'attività simpatica e il diametro dei vasi sanguigni per influenzare la pressione sanguigna", ha dichiarato infatti Davi José de Almeida Moraes, dell’Università di San Paolo, tra gli autori del nuovo lavoro.

L’ipertensione arteriosa colpisce 1,4 miliardi di persone

Da qualche tempo i ricercatori si concentrano anche sul cervello per cercare di spiegare i casi di ipertensione resistente, ovvero quelli in cui malgrado il ricorso diversi trattamenti (almeno tre) e raccomandazioni sugli stili di vita, la pressione arteriosa non scende, ricordano dalla Società italiana dell’Ipertensione arteriosa. La pressione alta è una condizione diffusissima: si stima che interessi quasi la metà della popolazione adulta in Italia, un terzo a livello mondiale (pari a circa 1,4 miliardi di persone).

I cattivi stili di vita - abitudini alimentari scorrette, come diete ricche di sale, fumo, consumo di alcol e sedentarietà - favoriscono l’ipertensione, motivo per cui alla base del trattamento della condizione si raccomanda sempre di intervenire su questi fattori. In alcuni casi però è necessario il ricorso ai farmaci che possono aiutare a contrastare i valori di pressione agendo su diversi meccanismi (per esempio aumentando la diuresi, inibendo la vasocostrizione o aumentando la vasodilatazione), ma in alcuni casi non sono sufficienti.

Il ruolo del cervello

Quando l’associazione di più farmaci insieme non ottiene il risultato sperato si parla di ipertensione arteriosa resistente. Recentemente, una ricerca, nei modelli animali, ha suggerito come la condizione potrebbe nascere anche nel cervello, dimostrando come una dieta ricca di sale favorisce l’infiammazione cerebrale e l’aumento della pressione. Anche il nuovo studio, pubblicato su Circulation Research, in collaborazione con l’Università di Auckland, punta al cervello per spiegare i casi di ipertensione resistente nonostante i trattamenti.

Controllare la pressione controllando l’azione di alcuni neuroni

“La regione parafacciale laterale viene coinvolta nell'azione che ci permette di espirare quando ridiamo, facciamo esercizio fisico o tossiamo” ha spiegato Julian Paton dall’ateneo neozelanadese: “Abbiamo scoperto che, in condizioni di pressione alta, la regione parafacciale laterale si attiva e, quando il nostro team ha disattivato questa regione, la pressione sanguigna è tornata a livelli normali”.

Per modulare i neuroni, i ricercatori hanno utilizzato tecniche di optogenetica (in cui si usa la luce per controllare le cellule, geneticamente modificate) o strategie di farmacogenetica, e hanno osservato gli effetti a livello di sistema nervoso autonomo, respiratorio e sulla pressione, sia in ratti normali che in alcuni con ipertensione indotta sperimentalmente. In presenza di ipertensione, si osserva un’iperattivazione nervosa insieme all’attività di espirazione attiva, spiegano gli autori. La loro idea ora è quella di proseguire con gli studi nel campo cercando di ridurre l’attività di neuroni della regione coinvolta a livello cerebrale agendo farmacologicamente sui corpi carotidei, ha concluso Paton.