Si pratica un’incisione minima, di appena 3-4 centimetri, circa la metà di quella necessaria nelle mastectomie tradizionali. Piccola, ma sufficiente per permettere al chirurgo di asportare il tessuto mammario preservando la pelle, l’areola e il capezzolo. Attraverso quella stessa incisione viene poi inserita la protesi, in un intervento “all-in-one”, con ricostruzione immediata. Il tutto in endoscopia: il chirurgo sta al tavolo operatorio e manovra gli strumenti sotto la guida di una telecamera.
Che cos’è la mastectomia endoscopica
Questa della mastectomia endoscopica video-assistita è una tecnica innovativa nel campo della chirurgia senologica che si sta sempre più diffondendo in Italia, anche nelle Breast Unit di ospedali pubblici. E che, spiegano gli esperti, promette meno dolore, un recupero più rapido, maggiore sensibilità del capezzolo e una migliore accettazione estetica. Come dice il nome, si serve dell’endoscopio, uno strumento ottico dotato di telecamera e luce, che permette di ingrandire le immagini.
Una tecnica per casi selezionati
Diciamo subito che è possibile eseguirla solo in casi ben selezionati, perché sono necessarie precise caratteristiche del tumore e delle pazienti. “Il tumore deve essere in stadio precoce, e le mammelle di piccole-medie dimensioni, non ‘pendule’”, spiega a Salute Claudio Botti, direttore della Chirurgia senologica presso l’Istituto Nazionale Tumori Regina Elena (Ifo-Ire) di Roma, dove la tecnica è stata appena effettuata su due pazienti: la prima volta per una struttura pubblica della Regione Lazio. Per dare qualche dato concreto, su 600 interventi annui eseguiti dalla chirurgia senologica dell’Ire, si stima che circa 90 (il 15%) potrà beneficiare di questa tecnica.
Quando si ricorre alla mastectomia
In generale, la stragrande maggioranza degli interventi (60-70%) per cancro al seno che si eseguono nel nostro Paese è di tipo conservativo: viene cioè asportato il tumore e una parte di tessuto, la più piccola possibile. “Solo” il restante 30-40% è rappresentato da mastectomie. Che, quando possibile sono anch’esse conservative: si cerca di preservare pelle, areola e capezzolo (in gergo tecnico si chiamano mastectomie nipple sparing) e prevedono la ricostruzione in un solo tempo nello stesso intervento “demolitivo”, con l’inserimento immediato della protesi sopra il muscolo pettorale.
“Le indicazioni per gli interventi senologici non cambiano con questa nuova tecnica endoscopica e la chirurgia conservativa rimane sempre il gold standard - precisa l’esperto - Anche quando il tumore è piccolo e in stadio precoce, però, la scelta della mastectomia può essere giustificata da diversi fattori, come la complessità della ghiandola mammaria, l’incertezza sull'estensione del tumore, un elevato rischio di recidiva o la presenza della mutazione Brca”.
I vantaggi e i limiti della mastectomia endoscopica
I vantaggi di operare in endoscopia? In generale, questa tecnica mininvasiva risponde a due esigenze: garantire la sicurezza oncologica e porre ancora più attenzione all’aspetto psico-fisico della paziente. “Permette - spiega Botti - una maggiore precisione chirurgica rispetto alla tecnica tradizionale: grazie alla possibilità di ingrandire l’immagine, riusciamo ad essere più accurati sia nella rimozione del tessuto - riducendo il residuo mammario anche grazie all’Intelligenza Artificiale che analizza le immagini - sia nel mantenere integra la vascolarizzazione. Significa che possiamo essere più radicali e conservativi allo stesso tempo, e diminuire così il rischio di complicanze”.
Va detto che la mastectomia endoscopica non è entrata nella pratica clinica di routine e non trova ancora tutti concordi e ad oggi permette l’utilizzo solo di alcuni tipi di protesi mammarie, dice il chirurgo. Secondo Botti, però, la tecnica offre un’importante possibilità di innovare la chirurgia senologica e continuare a migliorare gli esiti per le pazienti, grazie a un approccio sempre meno invasivo.
Dove si effettua in Italia
Altre strutture pubbliche in Italia hanno cominciato ad effettuare questo intervento: centri di riferimento sono, per esempio, il Sant’Anna dell’Azienda Ospedaliero-universitaria di Ferrara e l’Istituto Irccs di Candiolo (Torino), promotore della tecnica a livello nazionale. Ma proprio in questi giorni è stata effettuata per la prima volta anche in altri ospedali, come il Policlinico Irccs Sant’Orsola di Bologna e l’Ospedale Villa Scassi di Genova (Asl3).