Meno di un mese fa venivano pubblicate le prime Linee guida italiane sull’uso dell’Intelligenza artificiale nello screening per il tumore al seno. Un documento importante, che va oltre a quanto già indicato a livello europeo. Se queste ultime prevedono l’affiancamento dell’Ai all’attuale protocollo di screening, quelle italiane introducono il concetto di un primo triage basato sull’Ai. E cioè: un software selezionerà le immagini radiologiche in “non sospette” o “sospette”: le prime verranno quindi analizzate da un solo radiologo senologo, mentre le seconde verranno analizzate, in modo indipendente, da due radiologi senologi, ossia seguendo lo stesso iter attualmente previsto indistintamente per tutte le mammografie all’interno dei programmi regionali di screening mammografico.
Dalla teoria alla pratica
Bene, tutto questo - che per ora è sulla carta - diventerà realtà innanzitutto all’interno di un grande studio prospettico multicentrico, Breast.Ai, che punta a coinvolgere 75 mila donne, e che vedrà il Gruppo Italiano Screening Mammografico (Gisma) fare da supervisore e supporto. Lo studio nasce infatti dall’accordo tra Gisma e la start up tecnologica torinese Health Triage, che ha sviluppato il software BreastNegative per analizzare le mammografie e restituisce un grado di sospetto della presenza di un tumore. L’obiettivo è convalidare un nuovo approccio che potrà poi essere adottato in tutti i programmi di screening prossimi venturi.
Come si svolgerà lo studio
Cosa succederà? Come anticipato, le mammografie donne che parteciperanno verranno analizzate dall’algoritmo basato sull’Ai: quelle non sospette per lesioni verranno indirizzate a una singola lettura umana, mentre quelle sospette verranno inviate a due medici radiologi, che le analizzeranno a loro volta. A differenza di altri studi già condotti, i radiologi non conosceranno il punteggio assegnato dall'Ai, né sapranno se la mammografia è stata giudicata sospetta o non sospetta: una scelta metodologica che rafforza la solidità dei risultati, garantendo una valutazione imparziale. Gisma ha contribuito a validare il disegno dello studio e ne sarà il garante scientifico, verificando la solidità metodologica, l'analisi statistica e il rispetto degli standard internazionali. “È fondamentale che siano le società scientifiche a supervisionare questi progetti, perché l’Intelligenza Artificiale non è semplicemente una tecnologia: è uno strumento clinico che entra nei processi decisionali e può influenzare il percorso delle pazienti. Proprio per questo deve essere validato con rigore metodologico e integrato in modo appropriato nei programmi di screening”, spiega a Salute Francesca Caumo, Vice presidente del Gisma.
Perché il triage
Ma qual è il senso di aver introdotto un triage basato sull’Ai? “Il 99 per cento delle donne che partecipa agli screening mammografico è negativa, ossia non ha un tumore - risponde Caumo -. Questo significa che la grande maggioranza degli esami risulta negativa. La doppia lettura resta il gold standard, ma ha un valore soprattutto nei casi in cui esiste un sospetto reale. Utilizzare un triage basato sull’Intelligenza Artificiale consente di concentrare la doppia lettura sui casi più complessi, mantenendo un controllo umano su tutti gli esami. In questo modo lo screening diventa più sostenibile, si riduce il carico sui radiologi e si liberano risorse per ampliare l’offerta e sviluppare modelli più personalizzati. Inoltre, alcuni algoritmi permettono anche di integrare informazioni come la densità mammaria per contribuire a una stratificazione del rischio”.
L’Ai nello screening
Insomma: le Linee guida hanno dettato la teoria (che ovviamente era già stata validata) e, mentre le regioni si organizzano per attuarle, lo studio fornirà informazioni importanti su come controllare e governare al meglio il nuovo percorso, e su come garantire che i software che verranno adottati siano adeguati.
I prossimi passi? “Si sono già candidati diversi centri di screening, per esempio in Puglia - riprende Caumo - Come Gisma controlleremo che abbiano i requisiti per entrare nello studio, dalle norme sulla privacy alla rete informatica. Credo che avere la partecipazione di quattro centri sia già un buon punto di partenza. Intanto alcune Regioni hanno cominciato a fare gare per stabilire quale software utilizzare. Questo è un tema importante perché dobbiamo garantire prima di tutto la sicurezza delle donne. È essenziale - conclude l’esperta - che i centri non agiscano ciascuno per proprio conto, ma che l’adozione delle tecnologie avvenga a livello centrale, per garantire, almeno all’interno di una stessa Regione, equità di trattamento a tutte le cittadine”.