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Più grasso c’è sul cuore, più l’infarto può essere grave

Più grasso c’è sul cuore, più l’infarto può essere grave

Se aumenta il tessuto adiposo tra muscolo e parete esterna dell’organo, la situazione peggiora. Ecco perché ora si punta su nuove vie per la prevenzione mirata

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Che il grasso viscerale sia un nemico del benessere e del metabolismo è risaputo. Le strutture adipose si insinuano tra i visceri, disegnando quella che viene definita “pancetta” e creando vere e proprie strutture endocrine che peggiorano le condizioni metaboliche e funzionano da carburante per l’infiammazione. Il problema è che questi effetti non si manifestano solo nell’addome. Anche il tessuto adiposo epicardico (EAT nella sigla anglosassone), che ricopre il cuore, giocherebbe un ruolo nel benessere dell’organo. Addirittura, una quantità maggiore di questo strato di grasso che si posiziona tra il muscolo e la parete esterna del cuore sarebbe associata con un maggior danno cardiaco dopo un infarto.

A segnalarlo è un’originale ricerca presentata al congresso EACVI 2025, dell'Associazione Europea di Imaging Cardiovascolare, branca della Società Europea di Cardiologia (ESC), tenutosi a Vienna. Dallo studio emerge la possibilità di pensare, in futuro, a considerare la Risonanza Magnetica (RM) cardiovascolare con test di screening per definire in anticipo non solo chi più rischia una grave ischemia cardiaca, ma anche di subire danni maggiori.

Il danno ischemico sotto osservazione

Lo studio è stato presentato da Clara Hagedorn dell'Ospedale Universitario di Gottingen. Sono stati arruolati 1.168 pazienti sottoposti a RM cardiovascolare entro 10 giorni dall’intervento di rivascolarizzazione coronarica: i soggetti inseriti nella ricerca sono stati suddivisi in quartili in base al volume del tessuto adiposo epicardico. Dall’analisi dei dati si è scoperto che quelli con maggior presenza di addensamenti lipidici sono risultati mediamente più anziani di quelli che facevano parte del gruppo con minor presenza di adipe sul cuore, oltre ad avere un Indice di Massa Corporea (ovvero il Body Mass Index) mediamente superiore. Ma soprattutto si è visto che un volume EAT più alto è risultato associato in modo indipendente a una maggiore estensione dell'infarto, a maggiori aree a rischio, ma anche ad una minore ostruzione microvascolare. Come a dire che proprio le coronarie vengono in qualche modo “coinvolte” nel meccanismo nocivo che si crea in presenza di maggior adipe sul cuore.

Prospettive per il futuro

L’esito della ricerca, insomma, è chiaro. Si è dimostrato che i pazienti con volume dell’adipe sul cuore più aumentata hanno messo in luce un più significativo danno miocardico acuto dopo l’infarto. “La quantificazione non invasiva del volume EAT mediante risonanza magnetica cardiaca potrebbe svolgere un ruolo decisivo nella valutazione del rischio cardiovascolare, al di là dei fattori di rischio convenzionali – commenta Hagedorn in una nota dell’ESC. La validazione prospettica è ora giustificata".

L’obiettivo finale di queste indagini, peraltro, è semplice. L’analisi del “girocuore”, termini improprio che però ben esprime in parallelo alla pancia quanto e come il grasso possa circondare il muscolo cardiaco, potrebbe diventare uno strumento per identificare chi è a maggior rischio. Lo conferma Alexander Schulz, coordinatore della ricerca, che propone una strategia basata anche su questo test. “L'infarto miocardico si verifica in una fase relativamente avanzata dello sviluppo della coronaropatia e potrebbe essere possibile intervenire prima, identificando i pazienti con un volume elevato di EAT e modulandone gli effetti come misura preventiva – è il parere dell’esperto".