Stop Obesity

L’obesità costa 13,6 miliardi all’anno, per risparmiare rimborsiamo i farmaci ai pazienti a rischio

L’obesità costa 13,6 miliardi all’anno, per risparmiare rimborsiamo i farmaci ai pazienti a rischio

Rimborsare i farmaci anti-obesità ai soggetti ad alto rischio ridurrebbe i costi sanitari e aumenterebbe la produttività, producendo un guadagno netto per le casse dello Stato. È l’appello lanciato dalla Società Italiana dell’obesità in vista del prossimo Congresso nazionale

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Le nuove molecole anti-obesità non sono solo un’opportunità di salute: con una gestione oculata potrebbero essere un mezzo per garantire la sostenibilità del Servizio Sanitario Nazionale. In Italia, la gestione delle complicanze legate alla malattia non trattata e la perdita di produttività superano i 13,6 miliardi di euro ogni anno. Rendere rimborsabili le nuove molecole anche solo per i circa 500mila pazienti ad alto rischio presenti nel nostro Paese produrrebbe un risparmio netto per le spese sanitarie di oltre 1,6 miliardi di euro. A calcolarlo è stata la Società italiana dell’obesità (Sio), che in vista del proprio Congresso nazionale a Palermo dal 15 al 17 ottobre ha deciso di rinnovare l’appello al Governo affinché si valutino nel minor tempo possibile le migliori modalità per approvare la rimborsabilità degli analoghi del Glp-1 almeno ad alcune categorie di pazienti.

Il peso economico della patologia

Oggi l’impatto dell’obesità non curata grava sul Servizio Sanitario sia attraverso le spese dirette destinate alle complicanze cardiovascolari, metaboliche, oncologiche e articolari, sia tramite i costi indiretti legati alle giornate lavorative perse e all’invalidità temporanea o permanente. Le nuove terapie farmacologiche anti-obesità si sono rivelate efficaci nel ridurre l’impatto di tutte queste patologie, e rappresentano quindi una strategia efficace, che secondo la Sio dovrebbe andare ad affiancare i percorsi chirurgici già garantiti.

Oggi infatti l’Italia investe circa 150 milioni di euro l'anno nella chirurgia bariatrica, con 26.702 interventi eseguiti nel 2024. Affiancare una strategia farmacologica mirata consentirebbe di intervenire prima che la malattia evolva, riducendo il ricorso agli interventi più complessi e ampliando la platea dei pazienti trattati con un investimento sostenibile.

I costi della terapia

Secondo le stime della Sio, la rimborsabilità delle terapie farmacologiche comporterebbe una spesa annuale di circa mille euro a paziente. Un investimento in linea con quello che viene già fatto annualmente per i pazienti diabetici. Che potrebbe essere limitato ulteriormente, almeno nelle fasi iniziali, stabilendo rigidi criteri di accesso che garantiscano la rimborsabilità solo per i pazienti più a rischio, ed economicamente svantaggiati.

“Abbiamo stimato che dare risposta al 25% (cioè agli economicamente svantaggiati) di coloro che hanno un Bmi superiore a 40, oppure superiore a 35 con significative condizioni cliniche associate, riguarderebbe circa 500 mila persone”, sottolinea Silvio Buscemi, Presidente Sio. “Garantire la copertura terapeutica ai pazienti a più alto rischio clinico richiederebbe un investimento pubblico contenuto, compreso tra 400 e 500 milioni di euro. Si tratta di una cifra pienamente sostenibile che, per dare un’idea, corrisponde al 20% circa di quanto è stato stanziato per il recente provvedimento sul bollo auto. Investire nell’accesso ai farmaci anti-obesità significa ridurre le future spese sanitarie per le complicanze della malattia e restituire salute e produttività a centinaia di migliaia di cittadini, spesso ancora in età lavorativa”.

Ricadute sulla produttività

Oltre al contenimento della spesa sanitaria diretta, i dati epidemiologici e di sanità pubblica mostrano come la gestione clinica dell’obesità risponda a un’esigenza di sostenibilità generale. Le rilevazioni effettuate negli Stati Uniti indicano che la riduzione ponderale ottenuta tramite farmacoterapia si associa a un recupero sensibile della capacità lavorativa, con un incremento fino al 27% delle ore lavorate e dell’occupabilità tra i pazienti in trattamento.

“La nostra è una proposta sostenibile e guidata dal senso di responsabilità verso il Paese – conclude Buscemi – Rivolgiamo un accorato appello al Governo affinché colga questa opportunità. Riconoscere la rimborsabilità delle nuove molecole secondo precisi criteri di priorità clinica significa dare una risposta concreta a circa mezzo milione di cittadini, ridurre le future spese sanitarie e restituire salute e produttività all’Italia”.