UNA VOLTA addestrati, già a sei anni sono in grado di allertare il 118 per un’emergenza. A 9-10 riescono a identificare il problema, a 11-12 a riconoscere la differenza tra un soffocamento lieve e uno grave e a intervenire con il sistema delle pacche sulla schiena. A partire dai 12 anni, poi, hanno le competenze per effettuare efficacemente la rianimazione cardiopolmonare completa. Ovvero massaggio cardiaco, ventilazione bocca a bocca e uso del defibrillatore. Per la manovra di Heimlich contro il soffocamento serve invece una forza fisica maggiore, che si acquisisce in genere a 14-15 anni. Altro che bambini. L’obiettivo del progetto europeo - che non a caso si chiama “Kids save life”, ovvero bambini che salvano la vita - è non solo ovviamente intervenire quando qualcuno è in pericolo, ma formare generazioni di soccorritori che non hanno alcuna paura di agire prontamente in caso di emergenza. Come accade nei paesi scandinavi. Già, perché spesso è proprio la paura a paralizzare e ridurre drasticamente le speranze di salvarsi in attesa dell’ambulanza. E invece bastano due mani per prendere tempo. «Si calcola che nel 70% dei casi in cui avviene un arresto cardiaco ci siano dei testimoni che potrebbero intervenire - racconta Federico Semeraro, anestesista rianimatore all’ospedale Maggiore di Bologna e presidente dell’Italian resuscitation council, il gruppo italiano per la rianimazione cardiopolmonare - ma solo il 15% interviene, in media. In Italia non andiamo oltre questa percentuale, ma nei paesi scandinavi si sale al 70. Persone che intervengono perché non hanno paura, e perché sanno cosa fare. Agire è spesso l’unica possibilità di sopravvivenza, anche senza la ventilazione, e persino un massaggio a cuore battente non fa comunque alcun danno e anzi dà quel po’ di sangue al cervello che consente all’ambulanza di arrivare». I numeri degli arresti cardiaci sono molto alti. Solo in Italia sessantamila morti l’anno, circa quattrocentomila in Europa, più di mille al giorno. Come se cadessero due grossi Jumbo al giorno. E sono troppo poche le persone che hanno competenze necessarie per intervenire. Proprio quando il tempo è il fattore più importante. Per questo Irc, con i suoi seimila soci tra medici, infermieri, soccorritori non sanitari e volontari, già da qualche anno ha avviato campagne di informazione e formazione nelle scuole, allineandosi alle campagne di sensibilizzazione europee. Con fumetti per i bambini più piccoli e campagne social su twitter, facebook e youtube per i più grandi. Due ore di insegnamento all’anno. Con manichini e defibillatori finti. Insieme a Belgio, Danimarca, Francia e Portogallo siamo gli unici a prevederle. Ma, come al solito, con estreme diversità da regione a regione. «L’articolo 1 della buona scuola ci consente di insegnare il primo soccorso nelle scuole secondarie di primo e secondo grado - continua Semeraro - ma ci sono aperture per arrivare anche ai più piccoli, magari con favole o videogiochi. Ovviamente è importante anche formare gli insegnanti, che sono i facilitatori e devono sapere quali contenuti insegnare. Oggi formiamo migliaia di persone e facciamo un investimento a lungo termine. Tra dieci anni tutta la popolazione scolastica saprà usare un defibrillatore o fare un massaggio cardiaco ». E non avranno più paura di intervenire. Facendo davvero la differenza.