COME BIGLIETTO da visita presenta il fatto di essere il primo della sua categoria a essere approvato dalla European Medicine Agency e, soprattutto, un tasso di risposta che arriva all’80%, e che in alcuni casi permette di dichiarare la leucemia linfatica cronica eradicata cioè, di fatto, scomparsa, o talmente residuale da non essere rilevabile con gli strumenti diagnostici oggi disponibili. Come tallone d’Achille lo stesso che accomuna molti dei nuovi farmaci, e cioè il costo, che però, data la potenza di fuoco, potrebbe essere relativo, in un conteggio che valuti ogni aspetto della malattia. Il venetoclax, inibitore del gene BCL2, frutto della ricerca AbbVie, che dovrebbe essere approvato in Italia nei prossimi mesi, ha spinto molti ematologi a lasciarsi andare a espressioni forti; hanno detto che è un punto di svolta, perché presenta alcune caratteristiche rincorse da una trentina d’anni, e finora mai raggiunte. Quali siano lo spiega Gianluca Gaidano, della Divisione di ematologia dell’Università del Piemonte Orientale di Novara, che da anni lavora sugli inibitori di BCL2. LEGGI Tumori, quando la cellula non vuole morire "I dati degli studi che hanno portato all’approvazione derivano da due diversi studi condotti su circa 170 pazienti di persone con leucemia linfoide cronica, contro la quale, a oggi, nonostante qualche passo in avanti fatto con le piccole molecole, c’erano pochi farmaci realmente efficaci. Il venetoclax, al contrario, lo è, perché soprattutto nelle popolazioni individuate, e cioè in coloro che hanno una certa mutazione del cromosoma 18 o del gene PT53, si può ottenere una risposta nell’80% dei casi, e arrivare anche alla scomparsa anche di quella che viene definita malattia minima residua o Mrd (indice di una completa eradicazione), in un malato su cinque; inoltre, anche nei malati che non hanno quelle caratteristiche genetiche, si ottengono risultati molto soddisfacenti, con tassi di risposta che arrivano quasi al 70% e che durano più di due anni (27,5 mesi, in media)". La prova che il meccanismo con cui questo farmaco agisce, e cioè il blocco di BCL2, sia letale per le cellule leucemiche, la si ha quando si osservano i tempi: entro 6-8 ore dalla prima somministrazione, al massimo entro pochi giorni, queste si suicidano tutte insieme, come in un rito collettivo. Fatto che, nei primi tentativi, ha causato qualche problema di tossicità soprattutto renale, perché l’organismo faticava a smaltire così tanti detriti di cellule apoptotiche. Ma poi si è capito come dare il farmaco, che va assunto per via orale ma comunque sempre somministrato da mani esperte e in centri ematologici, e anche la tossicità è rientrata entro canoni assolutamente gestibili: nei protocolli attuali c’è un indebolimento dei globuli bianchi, ma di solito non molto altro. Il venetoclax al momento è stato approvato solo per la leucemia linfatica cronica e, in particolare, per i pazienti che hanno le mutazioni previste o non rispondono più alla chemioimmunoterapia o ai farmaci a bersaglio molecolare, ma presto potrebbe essere approvato anche per alcuni tipi di linfomi (soprattutto quello diffuso a grandi cellule B), nei quali BCL2 è mutato o traslocato, per il mieloma multiplo (per il quale ha già un’approvazione come farmaco orfano da parte dell’Ema) e per altre forme leucemiche come quella mieloide acuta: le sperimentazioni sono in corso. Inoltre ci si aspettano grandi risultati dalla combinazione di questo farmaco con alcuni di quelli classici. La combinazione di venetoclax e farmaci come rituximab o ibrutinib, che agiscono con meccanismi diversi, potrebbe assestare il colpo decisivo a questi tumori del sangue, e i dati già pubblicati indicano che non c’è un aumento di tossicità significativo, a fronte di un potenziamento dell’effetto che permette di aumentare ulteriormente il tasso di guarigioni. "La leucemia linfoide cronica - conclude Gaidano - era la cenerentola dei tumori ematologici, ma presto potrebbe diventare uno dei meno temuti".