Per i pazienti oncologici, l'attività fisica non è un "optional" di benessere, ma una vera "terapia di supporto", capace di migliorare la qualità della vita e di agire sul rischio che la malattia ritorni. Gli studi che lo dimostrano sono ormai un numero importante – a partire da quelli condotti sulle donne con tumore al seno - tuttavia, nonostante le evidenze, oggi solo il 7% dei pazienti pratica esercizio regolarmente. “Per chi si sta sottoponendo a cure oncologiche, l’esercizio fisico può migliorare la tollerabilità delle terapie e contribuire a ridurne gli effetti collaterali, con un impatto diretto sull’efficacia delle cure: quando il paziente riesce a seguire con maggiore regolarità i trattamenti, evitando interruzioni, annullamenti o cambi di terapia, aumenta la probabilità che il trattamento stesso funzioni al meglio”, spiega Fotios Loupakis, Oncologo, Ricercatore e Presidente Associazione KISS.
I benefici del movimento
L’exercise oncology è una disciplina relativamente recente che considera l’attività fisica non solo come raccomandazione di benessere ma come parte integrante del percorso terapeutico. Grazie a studi osservazionali, oggi sappiamo che mantenersi attivi, infatti, puòcontribuire a migliorare la qualità di vita e il benessere psicofisico del paziente, a ridurre ansia e depressione, a contrastare gli eventi avversi legati ai trattamenti come fatigue, anemia e neuropatie. Una revisione di 21 studi condotti fra il 2005 e il 2025, per esempio, pubblicata su The Lancet Healthy Ageing, conferma che per le donne con tumore al seno praticare esercizio fisico durante la chemioterapia non solo è sicuro, ma migliora in maniera misurabile la qualità della vita sotto il profilo fisico, emotivo e mentale. Lo studio sottolinea come non esista un unico sport "perfetto": programmi aerobici, di forza o combinati portano tutti a benefici significativi, a patto che siano flessibili e adattabili ai livelli di energia del paziente, che possono variare di giorno in giorno durante il trattamento. In più, i primi studi di intervento hanno dimostrato che l’esercizio fisico può incidere sugli esiti clinici, migliorando l’efficacia delle terapie, riducendo il rischio di recidiva e aumentando le probabilità di sopravvivenza.
Le differenze uomo-donna
“Non c’è una base biologica o fisiopatologica che possa far pensare che uomini e donne beneficino dell’attività fisica in maniera differente; è chiaro, però, che trattandosi di un intervento personalizzato che dipende dallo stato fisico di partenza, dal tipo di tumore e di terapia che si segue, ci sono delle differenze profonde fra uomini e donne. Le donne che si sottopongono a interventi legati ai tumori mammari o ginecologici, o che seguono delle terapie ormonali, hanno caratteristiche peculiari che devono essere considerate quando si pensa a un programma di attività fisica”, sottolinea Loupakis.
Anche il tipo di attività che si propone deve tener conto delle differenze di genere. “Se dal punto di vista fisiologico gli uomini dispongono spesso di una maggiore massa muscolare e capacità cardiorespiratoria che permette carichi di lavoro più intensi, le donne dimostrano spesso una maggiore propensione verso il benessere e l'attività di gruppo”, dice Alice Avancini, Ricercatrice e chinesiologa del dipartimento di Neuroscienze Biomedicina e Movimento dell’Università di Verona, sezione di scienze motorie e oncologia. “Quando parliamo di personalizzazione dobbiamo considerare anche questi aspetti, che sono fondamentali per garantire l’aderenza del paziente al programma”.
Uno strumento in più
Viene in aiuto dei pazienti oncologici Be Active Lab, un sito informativo di Amgen realizzato con un board multidisciplinare di oncologi, medici dello sport e chinesiologi, pensato per guidare pazienti e caregiver in un percorso di movimento sicuro e personalizzato. A disposizione ci sono oltre 70 video-esercizi che spaziano dalla mobilità alla forza, fino alle tecniche di respirazione. L'obiettivo è trasformare il movimento in un alleato quotidiano che aiuti a contrastare fatigue, anemia e neuropatie, riducendo al contempo il rischio di recidiva e migliorando la tollerabilità delle cure farmacologiche.