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L'enologa australiana e il vignaiolo pugliese: una storia d'amore finita in bottiglia

L'enologa australiana e il vignaiolo pugliese: una storia d'amore finita in bottiglia
A Manduria, in provincia di Taranto, Gaetano Morella e Lisa Gilbee hanno creato tra mille difficoltà un'azienda modello. Che è finita sulla copertina di Decanter e fa incetta di premi
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Chissà se Lisa Gilbee, giovane enologa australiana, si sia innamorata prima dei vecchi alberelli di Primitivo di Manduria oppure prima di Gaetano Morella, il vignaiolo pugliese con cui ha costruito una casa in mezzo a una distesa di vigne a tre chilometri dal mare.
“Mai figli, mai sposarsi, mai con un italiano”, si era sempre promessa fino a quel momento della sua vita. Chissà se quel mare di viti basse, piantate senza sostegno tra le rocce calcaree affioranti nella terra rossa le abbia subito regalato una riconnessione con se stessa, che dopo aver girato il mondo per tre lustri non sapeva più chi era. Magari ricordandole uno sconfinato bush australiano, ma sotto un cielo del Sud, “che schiaccia ogni cosa, e in cui un albero finisce per non esser più alto di un filo d’erba”, come ha scritto Vittorio Bodini . O se – trovato l’amore, un sogno e un compagno insieme a cui realizzarlo – abbia deciso che doveva essere proprio quello il posto giusto per mettere radici.

Oppure magari perché entrambi condividono “il gene del salmone”, come sostiene Gaetano, che li spinge sempre ostinatamente controcorrente, anche quando costa fatica, sudore, e scoramento. E pure solitudine, in certi casi. Ma è probabilmente lo stesso che ti conferma che sei tu quello che nuota per il verso giusto quando Decanter, tra le più autorevoli riviste enoiche al mondo, dedica la copertina al tuo vino e un maxi reportage a “dieci gemme tutte da scoprire”. E una di questa è proprio il tuo “La Signora”, proprio accanto al grande titolo: “Best of Italy”.

Era l’alba del millennio e nel Primitivo non ci credeva ancora quasi nessuno quando i due, passeggiando per le campagne del Salento tarantino, assistevano attoniti all’olocausto del patrimonio genetico del vigneto pugliese. Il mare di viti basse stava prosciugandosi velocemente, i finanziamenti per l’estirpazione rappresentavano una boccata di ossigeno per gli asfissiati coltivatori della zona rimasti senza fantasia, e i due non poterono resistere al richiamo del gene del salmone.
Salvare e valorizzare gli alberelli fu allora dapprima una scelta etica, a partire dalla scelta del regime biodinamico nella coltivazione: “Sapevamo fin dall’inizio che in mezzo a quelle vigne ci avremmo vissuto noi e i nostri figli”.
E poi una razionalissima scelta di produzione, di stile, d’impronta: “Se io compro le barbatelle da un vivaista – spiega Gaetano Morella – il patrimonio genetico quello è, e quello resta. In passato invece – racconta – ogni vignaiolo faceva una propria selezione delle migliori marze nel vigneto. Il risultato era uno straordinario patrimonio familiare, tramandato di generazione in generazione, unico al mondo, che non potevamo permetterci di far disperdere. Non ce lo saremmo mai perdonati”.

Ed è da un vigneto di questi che sono partiti, arrivando pian piano a salvarne 13 ettari, acquisendoli da 22 proprietari diversi. Due sono dei veri e propri cru, divisi da un sentiero di soli 60 centimetri, da cui si ottengono vini fratelli ma diversi fra loro. Il primo è Old Vines, ottenuto dalle vigne più vecchie: 90 anni di vita e rese che non superano i 25 quintali per ettaro: austero, superbo ma non muscolare, mai piacione. Il secondo è La Signora: elegante, fiero, ma più morbido. A dividerli solo un sentiero e un palo dell’elettricità.
Ma soprattutto, il loro patrimonio genetico. Ce ne si accorge già solo nella fase della selezione delle uve in vista della vendemmia, che avviene nel più antico dei modi: passeggiando fra i ceppi e assaggiandone qualche chicco direttamente dai grappoli appesi. Il resto è lavoro di cantina: varcandone l’uscio re Gaetano abdica in favore della regina Lisa, col suo largo sorriso e gli occhi azzurri come il mare di cui in cantina arriva il profumo, tra tini aperti, follature manuali e torchio verticale. “Quando studiavo enologia in Australia ci insegnavano: il rosso si fa così e il bianco si fa così”, ricorda sorridendo. “Poi ho capito che il vino non è una ricetta, ma anzi si attende che l’uomo lo comprenda e lo interpreti. E ti dirò: è anche capace di perdonare”.

Questo insegna questa coppia di produttori: la biodiversità, in vigneto come nel resto del mondo vegetale, non è roba per radical chic o wine nerd. È il principale strumento di espressione di un vino inteso come autentica espressione del territorio a cui è legato. Tanto quanto è l’unicità di ogni individuo a rendere speciale chiunque calpesti il mondo.